Noi la chiamavamo “La campagnetta”. Era un vezzeggiativo infantile per descrivere un angolo incantato in via dei Nebrodi: la bottega dei fiori della Signora. Ci fermavamo per comprare soprattutto fiorellini di campo. Allora c’era un terreno dietro rose e gigli. Si poteva correre. Per quanto sembri incredibile: a Palermo i bambini potevano correre su una strada non violentata dall’asfalto. C’erano gli alberi in via Belgio e non ancora quel mostruoso ponte di cemento. Una mattina li trovammo tagliati, senza fronde, senza corpo né anima. La morte degli alberi di via Belgio avrebbe dovuto raccontarci una certa idea della fine. Eravamo bambini. Non capivamo. Ci pareva che gli alberi dovessero ricrescere anche privi delle foglie. Che sarebbero rinati, tenendoli al caldo nella mente e nel cuore.
Smettemmo di essere bambini. Come si smette di credere al Natale o di rotolarsi nella felicità di un’estate non incatenata dalle cartelle, dall’odore di fòrmica della scuola. Si smette. E basta così. Eravamo ancora ragazzi. Il sabato pomeriggio andavamo a giocare a ‘Villa Barbera’, nonostante le irruzioni di un terribile portinaio. Le porte del campetto immaginario, su una specie di piattaforma delimitata dalle ringhiere, erano basse. Arrivavano all’altezza del bacino. I guardapali formati laggiù hanno immancabilmente una incredibile capacità reattiva sui rasoterra. Ma sono scarsi nelle uscite alte e sui tiri all’incrocio. La mitologia pallonara di ‘Villa Barbera’ ci consegnò ricordi indelebili. C’era un ragazzino che sapeva calciare il pallone fino al quinto piano di un palazzo delle vicinanze. E c’erano difensori tascabili, seppure arcigni. E c’erano altri alberi, in un giardino, risparmiati dal cemento.
La signora dei fiori somigliava a un ciclamino. Sbocciava con grazia dopo le parole. Aveva mani callose da lavoratrice, con un sorriso di petali. Non lo concedeva a tutti. A mia madre sì. Anche lei era madre, di suo figlio Giulio.
Io, prima, quando volevo ricordarmi dell’estate e dei bagni di Isola delle Femmine e dei giochi, andavo a passeggiare lì, nell’angolo incantato di via Nebrodi. Ora no, perché hanno fatto del male a Giulio e non c’è più innocenza. Né ci sarà mai più.
L’orrenda Palermo non si è accontentata di assassinare gli alberi.

