Omicidio Rizzotto, parla Nizza:| "Magrì sparò tutti e 5 i colpi"

Omicidio Rizzotto, parla Nizza:| “Magrì sparò tutti e 5 i colpi”

Giuseppe Antonino Rizzotto fu crivellato di colpi il 14 dicembre 2011. L'ex uomo d'onore Fabrizio Nizza svela i particolari agghiaccianti del delitto maturato per uno scontro intestino tra Santapaola e Ercolano.

mafia e sangue
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CATANIA – Prima cinque pallottole a raffica e poi il colpo finale con un coltello da cucina. Sarebbe stato ammazzato così Giuseppe Antonino Rizzotto, secondo il racconto del collaboratore di giustizia Fabrizio Nizza. La mano spietata sarebbe stata quella di Orazio Magrì, boss di rilievo del Clan Santapaola. Il capo del gruppo del Villaggio Sant’Agata andava eliminato: un passo falso che non meritava il “perdono” della famiglia. L’ex uomo d’onore ha raccontato agli inquirenti i particolari di quell’appuntamento con la morte fissato per il 14 settembre 2011.

Una frattura tra i Santapaola e gli Ercolano. Sarebbe stato uno scontro intestino all’interno della cosca a scatenare il piano di sangue con vittima designata Rizzotto. “Fu ucciso per una serie di ragioni – racconta Nizza – alcune delle quali meglio note a mio fratello Daniele, Benedetto Cocimano e Orazio Magrì che avevano maggiori contatti con gli altri esponenti dei clan Santapaola”. Il pentito pronuncia nomi di “serie” all’interno dell’organizzazione criminale. Daniele, uomo d’onore dal 2007, era il “capo di San Cristoforo”, Benedetto Cocimano è l’uomo che avrebbe sparato a Gino Ilardo nel 1996, mentre Orazio Magrì è stato uno degli uomini di potere del gruppo della Civita. “Uno dei motivi (per l’omicidio ndr) era dato dai dissidi con gli Ercolano. Il Rizzotto – si legge nei verbali – infatti era il responsabile del gruppo del Villaggio fondato da Turi e Santo Battaglia, storicamente vicini agli Ercolano, mentre noi eravamo direttamente collegati con Enzo Santapaola, che era a capo di tutto il clan Santapaola”.

Rizzotto era un uomo d’onore della mafia. Era stato Daniele Nizza a chiedere l’autorizzazione. “Nel 2009 mentre io ero in carcere, – racconta il pentito Fabrizio – a capo del clan Santapaola vi era Franco Arcidiacono, e mio fratello Daniele gli chiese l’autorizzazione, poi concessa, di fare uomini d’onore il Rizzotto e Saro Lombardo. Nacque così una alleanza tra loro tre, Cocimano e Magrì, i quali decisero di mettere insieme, nella “bacinella” i proventi delle estorsioni e delle cessioni all’ingrosso dello stupefacente (non rientravano nell’accordo i proventi delle piazze di spaccio). Daniele però mi disse che gli Ercolano non facevano pervenire i soldi delle estorsioni nella bacinella e che Rizzotto faceva lo stesso”.

Rizzotto avrebbe fatto, dunque, un passo falso. Nizza attraverso Davide Seminara, anche lui divenuto collaboratore di giustizia, avrebbe scoperto che il fidato degli Ercolano aveva contattato il loro punto logistico per lo spaccio a San Giovanni Galermo per “piazzare il suo stupefacente”. Un “tradimento” che si allineava alle voci insistenti sul fatto che “il gruppo dei Mirabile andava dicendo – rivela Nizza – che presto le cose sarebbero cambiate”. Uno “sgarro” che avrebbe provocato la convocazione di un incontro. “Ci vedemmo sotto casa mia con Guglielmino, mio fratello Daniele, Orazio Magrì e Benedetto Cocimano e decidemmo – racconta il pentito – che il Rizzotto doveva morire”.

L’appuntamento sarebbe stato fissato in campagna. Nizza, Giovanni Privitera e i fratelli Cristaudo avrebbero aspettato un po’ l’arrivo, ad un certo punto sembrava che l’incontro fosse saltato, ma invece il “ciareddu” – così era chiamato Rizzotto – ad un certo punto arrivò. “Mio fratello Daniele e Cocimano ci chiesero di aprire il cancello esterno. Arrivarono sui motorini anche Orazo Magrì, Francesco Magrì, Angelo Mirabile, Rizzotto e il Guglielmino”. Rizzotto capì subito che era una trappola: era stato invitato ad una “mangiata e invece sul tavolo sotto il porticato non vi era nulla da mangiare”.

Nizza avrebbe preso la 9×21 con cinque colpi in canna e si sarebbe avvicinato a Rizzotto, chiedendogli il perché si era permesso “di andare dalla signora – spiega –  che era il nostro punto di riferimento per il rifornimento delle piazze di spaccio di San Giovanni Galermo, cercando di sostituirsi a noi”. Rizzotto avrebbe negato, vano anche il tentativo di farlo collaborare per salvargli la vita. Nizza avrebbe abbassato l’arma e a quel punto sarebbe intervenuto Orazio Magrì che si sarebbe fatto consegnare l’arma da Fabrizio Nizza.

“Il Magrì – racconta il pentito – appena presa la pistola si rivolse al Rizzotto e gli sparò addosso tutti e cinque i colpi”. Rizzotto sarebbe caduto a terra agonizzante ma ancora vivo. Nizza si sarebbe irato “perché non si uccideva una persona in questo modo ma mirando ad una parte vitale per evitare una carneficina”. A quel punto Nizza cercò di prendere la cintura per strozzarlo, ma per evitare di lasciare impronte “Guglielmino e Cocimano presero un grosso coltello da cucina per mettere fine all’agonia del Rizzotto”. I fratelli Agatino e Salvatore Cristaudo, insieme a Giovanni Privitera, si sarebbero occupati di far sparire il corpo seppellito in un luogo ancora sconosciuto.

Alle rivelazioni di Nizza sul caso di lupara bianca il pm ha aggiunto ulteriori elementi di riscontro che hanno portato alla misura di custodia cautelare emessa dal Gip Anna Maggiore nei confronti di Orazio Magrì. Il presunto killer di Cosa nostra, latitante per diverso tempo, è stato catturato in Romania nel 2013.

 

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