PALERMO – “Lui deve sistemare lo Zen… se ne è capace… questi cani con la barba… un quartiere perso… perso…”, diceva Gennaro Riccobono all’anziano boss di Partanna Mondello, Giovanni Cusimano al quale faceva da autista.
Tre anni fa si stava combattendo una guerra sotterranea per il controllo dello Zen, i cui esiti sono ancora in corso. Da un lato il gruppo legato a Nunzio Serio, reggente di Tommaso Natale e San Lorenzo, e al fratello Domenico. Dall’altro la fazione emergente di Mirko Lo Iacono, soprannominato in modo dispregiativo “varbazza”.
I Serio, dopo le scarcerazioni e prima di finire di nuovo sotto inchiesta nel blitz dei 181 dello scorso febbraio, volevano riaffermare il loro dominio sulle piazze di spaccio e sulle scommesse clandestine. Dovettero fare i conti con i nuovi arrivati che sfidavano il potere trasmesso ai Serio dal vecchio padrino Salvatore Lo Piccolo.
L’acqua del boss
All’inizio era stato proprio Lo Piccolo a garantire i servizi basilari, come l’acqua, nel quartiere. Il boss “aveva fatto i lavori” e per recuperare i soldi era stata imposta una piccola tassa ai residenti. Negli anni Ottanta lo Stato iniziava a cedere terreno all’antistato. Lo Iacono “varbazza”, di recente, era stato incaricato di raccogliere quella che i mafiosi chiamano “la quota condominiale” dei residenti dello Zen.
Persino i boss fanno fatica a tenere a bada i giovani che non erano neppure nati quando Cosa Nostra sfidò lo Stato con le bombe. Qualcuno ha osato addirittura rubare il quad del nipote di Domenico Serio e fu brutalmente pestato allo Zen nel gennaio 2023. Un episodio simile era accaduto nel settembre 2021 quando, sempre allo Zen, minacciarono la moglie di un altro vecchio padrino di Partanna Mondello, Michele Micalizzi, per rubarle la macchina. Uno degli autori fu massacrato di botte.
In questo contesto si è accresciuto il potere criminale di famiglie come i Maranzano. Sergio Macaluso, che prima di pentirsi è stato il reggente del mandamento di Resuttana, diceva: “Sono 250 mila questi Maranzano in quel padiglione… quando c’è una sciarra partono tutti. E le persone di loro si spaventano”.
Il corteo al Pagliarelli
Vincenzo Maranzano, il padre dell’assassino del pub, fu processato per mafia e assolto (sta scontanto una lunga condanna per tentato omicidio). Anche il figlio Gaetano si è fatto crescere la barba nera. Per alcuni può essere un segno di appartenenza a un gruppo criminale, il tratto distintivo di una condivisione di disvalori. Per altri è semplicemente una moda, come per i tanti amici di Paolo Taormina che il giorno del funerale hanno sfilato in sella a moto e scooter, fermandosi davanti al carcere Pagliarelli. “Indegno” hanno urlato a Maranzano che lì è detenuto.
Tante cose non avremmo dovuto e voluto vedere in questi giorni. Soprattutto la morte di un ragazzo di 21 anni, brutalmente assassinato, e il dolore di una famiglia. Poi, seppur comprendendo il sentimento di rabbia che lo ha spinto, anche il chiassoso corteo di chi ha attraversato la città. Alcuni sono arrivati in tre su uno scooter e senza casco. Come se il dolore annullasse le regole che, evidentemente, non si è abituati a rispettare.
I ‘ragazzi terribili’
Omicidi, risse, pestaggi, sparatorie: bande di ragazzi terribili dei rioni Zisa, Brancaccio, Sperone e Zen si affrontano nelle notti di Palermo. Passare da TikTok alla realtà è un attimo. Mostrano i muscoli e tirare fuori una pistola è un valore aggiunto. Procurarsi un’arma, d’altra parte, è fin troppo facile.
‘Malacarne’ che si atteggiano a boss perché i boss gli hanno lasciato campo. La manovalanza serve soprattutto per gestire lo spaccio di droga. La mafia fornisce la materia prima e incassa una percentuale sulle vendite. Di soldi ne girano parecchi, basta guardare la quantità di scooteroni da migliaia di euro che circolano nelle borgate.
Armati e violenti. Nell’ambito di una recente inchiesta la Procura di Palermo hanno sottolineato che di fronte al dilagare della violenza Cosa Nostra è rimasta “indifferente, nella consapevolezza che tra i soggetti coinvolti vi erano quasi sempre esponenti delle principali casate mafiose o comunque persone ‘amiche’ e che le armi utilizzate erano il più delle volte passate dalle mani degli associati”.
La mafia, fiaccata da decenni di arresti, deve ricostruire un esercito. Servono soldi e i soldi oggi si fanno soprattutto con il traffico di droga. Per controllare il territorio e le piazze di spaccio ci vogliono gli uomini. Coltivare nuove leve, anche tra i ragazzini a cui la barba neppure cresce, è una primaria esigenza.
La recrudescenza della violenza, scrisse sempre la Procura nelle carte di un’inchiesta, “è stata sovente cavalcata da Cosa Nostra, che ha così alimentato il proprio potere, approfittando della intimidazione ingenerata nella popolazione”.
L’indignazione e l’ipocrisia
L’intimidazione è diventata indignazione. I cittadini palermitani sono scesi in piazza per dire basta violenza e per chiedere più controlli. E i controlli sono la peggior cosa per gli affari illeciti. In altri tempi, tempi di una mafia diversa, sarebbe arrivata la richiesta del capomandamento di Porta Nuova, dove è avvenuto l’omicidio Taormina, a quello di San Lorenzo, che governa sullo Zen, di tenere a bada i picciotti che subiscono ancora la fascinazione mafiosa.
Le cose oggi sono diverse. Vige sempre la vecchia mappa di Cosa Nostra, ma i confini sono sempre più labili. Ci sono ancora dei boss autorevoli in libertà in grado di alzare la voce, ma si devono misurare con una società che è cambiata. Sono stati per primi loro, d’altra parte, ad andare oltre gli steccati creando accordi fra mandamenti per comprare la droga e riempire una città dove domanda e offerta si incrociano alla perfezione.
La mafia fa soldi perché sempre più persone hanno bisogno dello sballo prima di uscire di casa. Molte di loro sono le stesse che oggi si indignano per la violenza dilagante, ma sanno perfettamente di offrire il loro quotidiano contribuito.
È una dimostrazione dell’ipocrisia di una città. Non l’unica, però. Prendiamo lo Zen. Sono anni che nel quartiere si usano le armi. Omicidi, consumati e tentati, e sparatorie hanno avuto una cadenza disarmante. Ma erano confinate nei padiglioni della periferia. In fin dei conti non ci riguardavano. Ora che la violenza si è spostata nel centro città abbiamo tutti paura.

