PALERMO – Non è un verbale di interrogatorio, ma un manifesto. Scorrendo le risposte di Andrea Bonafede si comprende l’essenza della mafiosità che ha contributo a fare di Matteo Messina Denaro un padrino inafferrabile.
Tre anni fa finiva la latitanza del boss di Castelvetrano. Una schiera di fedelissimi lo proteggeva. Non lo hanno tradito né prima, pur sapendo che rischiavano grosso, né dopo quando uomini e donne sono finite in carcere. Le loro vite sono andate in frantumi una volta caduto il capomafia. Via via sono stati arrestati parenti e amici, uno dopo l’altro, ma sono rimasti allineati.
Le indagini proseguono. La Procura di Palermo guidata da Maurizio de Lucia sta ricostruendo vita e affari durante la trentennale latitanza di Matteo Messina Denaro. Ci vuole tempo, ma è lecito attendersi nuovi sviluppi. Finora è stata scompaginata la rete di chi lo ha aiutato negli anni in cui si è ammalato e di cui ha fatto parte anche Andrea Bonafede, ex operaio del Comune di Campobello di Mazara. Lo hanno condannato a 6 anni per favoreggiamento aggravato. Ha assistito Messina Denaro nella delicata fase dei ricoveri e degli interventi chirurgici nella speranza di fermare il tumore che lo ha ucciso.
Il 13 aprile 2024 Bonafede era seduto davanti ai pubblici ministeri Paolo Guido e Gianluca De Leo. Ne è venuto fuori un verbale finora inedito. Non pronunciava il nome Messina Denaro, neppure da morto. “Ho sempre avuto a che fare con mio cugino”, ripeteva. “Lei sta sacrificando la sua vita”, dicevano i pm, incalzandolo. “La mia vita sì – spiegava Bonafede – non siamo immortali. Tutto ha un inizio e una fine. La mia vita ormai è finita, ho perso tutto, il lavoro che era la cosa più importante della mia vita, e la mia famiglia è allo sbando”.
Perché allora non provare a cambiare il corso della vita, scegliendo di stare dalla parte dei giusti? “La mia non è una forma mentis mafiosa, non sono sono un mafioso… c’è tutta la mia famiglia coinvolta. Io parlo di mia cognata (Lorena Lanceri ndr), mio fratello (Emanuele Bonafede, marito di Lanceri ndr), mia cugina (la maestra Laura Bonafede ndr), mio cugino (il geometra e suo omonimo che ha prestato l’identità a Messina Denaro ndr). La mia vita è persa ormai, non ho più niente da recuperare”.
Perché non staccarsi dal passato, voltare pagina e ricominciare? “Siamo tutti una famiglia, siamo cresciuti insieme, siamo come fratelli e sorelle e quindi dove andiamo andiamo”. Cresciuti a casa del capomafia Leonardo Bonafede, oggi deceduto e rimasto sempre fedele ai Messina Denaro: “Forse non ci siamo capiti, parlo della mia famiglia di sangue. Non parlo di altra famiglia, io non ho altre famiglie, io non sono un mafioso”. Due famiglie – mafiosa e di sangue – che coincidevano ed erano entrambe impegnate a proteggere il latitante.
L’ultimo passaggio è quello di un uomo rassegnato al male, pronto a pagare un conto salato pur di non tradire la famiglia: “C’è qualcuno che dice che il presente non esiste, perché nel momento in cui lo viviamo è passato. Si vive nel futuro, e il mio futuro immediato è qua”. Nel carcere di Roma Rebibbia dove sta scontando la sua condanna.

