CATANIA – “Sebastiano Mazzei anche in ragione della sua particolare concreta pericolosità, risulta in grado di mantenere contatti con esponenti liberi dell’organizazzione criminale di appartenenza“. Con questa motivazione il Ministro della Giustizia Orlando ha firmato il provvedimento, di cui LiveSicilia ha dato notizia ieri, con cui ha applicato la detenzione prevista dall’articolo 41bis dell’ordinamento penitenziario all’esponente catanese della criminalità organizzata. Nelle nove pagine del dispositivo si citano gli atti “consultati” che hanno portato il boss al “carcere duro”: due note firmate dalla Procura di Catania e dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo dove si dipanano le vicende giudiziarie in cui Mazzei è stato coinvolto.
Partiamo dalle sentenze. Il 43enne è stato condannato nel 2003 nel cosidetto processo Orione con l’accusa di associazione di stampo mafioso. Nel 2007 Mazzei esce dal carcere e, tranne un breve periodo di detenzione tra novembre 2009 e marzo 2010, è sottoposto alla misura di sorvegliato speciale. Ma questo non gli ha impedito di essere il “reggente” della cosca, ruolo ottenuto dal diritto di sangue. Sebastiano è figlio di Santo Mazzei, ergastolano e detenuto al 41 bis.
Nuccio Mazzei è riconosciuto come il capo dei Carcagnusi, così è definita la cosca Mazzei negli ambienti criminali, da diversi collaboratori di giustizia provenienti da diversi clan mafiosi. Dalle file dei Santapaola a indicare la foto di Sebastiano Mazzei come il vertice dell’organizzazione è Santo La Causa che riferisce ai magistrati che da quanto Nuccio aveva lasciato il carcere era il reggente. E’ Ignazio Barbagallo, sempre ex esponente di Cosa nostra catanese, ha fornire dettagli più precisi: Mazzei era pronto ad appoggiare i Santapaola nella guerra di mafia contro i Carateddi di Sebastiano Lo Giudice.
Giuseppe Mirabile circoscrive gli affari illeciti del capomafia: droga e estorsioni. Il fratello Paolo (sempre dalle file dei Santapaola) racconta invece che Nuccio Mazzei si sarebbe incontrato con Benedetto Cocimano diverse volte, invece avrebbe rifiutato di vedersi personalmente con Daniele Nizza, perchè il suo ruolo essendo figlio di Santo, lo rendeva superiore chi non aveva autonomia e doveva riferire ai “vertici” della famiglia di sangue. I pentiti del clan Cappello Carateddi Eugenio Sturiale, Gaetano D’Aquino, e Gaetano Musumeci non hanno dubbi: “Il reggente dei Carcagnusi è Nuccio Mazzei”.
Un capitolo a parte meritano le dichiarazioni di Nicola Tucci: affiliato allo stesso clan di Nuccio Mazzei e condannato con lui nel processo Orione. Il collaboratore di giustizia riferisce del “ruolo apicale ricoperto dal Mazzei all’interno del gruppo criminale”. Insomma dalle rivelazioni dei pentiti si delinea in maniera coerente e concorde il ruolo di potere del 43enne coinvolto in un anno in tre blitz antimafia.
Qualcosa il primo aprile 2014 è andato storto e “U Carcagnusu” è sfuggito alla cattura nel blitz Scarface della Finanza. Il processo è iniziato quando era ancora latitante: secondo il pm Jole Boscarino che rappresenta l’accusa Nuccio Mazzei attraverso il suo braccio destro William Cerbo gestiva diverse attività economiche. Fedele William che a novembre del 2012 rimprovera anche il padre Francesco per non aver fatto entrare nella discoteca Moon il figlio di Nuccio, Santo che porta lo stesso nome del nonno “patriarca”. E sempre a novembre 2012 le cimici della Finanza intercettano una conversazione all’interno del Moon dove si parla di spartizione di somme e Gabriele Di Grazia riferisce di aver già dato quanto dovuto a “Nuccio”.
Scarface è una costola di Reset, la retata che azzera il gruppo criminale della stazione capeggiato da Giuseppe Zucchero. A maggio 2012 viene registrato un incontro tra Giovanni Nizza, Lorenzo Pavone dei Santapaola, Cristoforo Romano (del gruppo della Stazione) e Lucio Stella, cugino dei capomafia dei Carcagnusi. Il fine dell’appuntamento è capire la veridicità sulle voci che i picciotti di Zucchero si fossero interessate alle estorsioni di due alberghi di San Gregorio e Siracusa. Nuccio Mazzei per il chiarimento delega un suo uomo di fiducia, suo cugino Stella.
Uno scenario investigativo che non lascia adito a dubbi sul “ruolo direttivo assunto dal Mazzei fino ad epoca recentissima” e per cui è dunque necessario attuare il regime del carcere duro. Questo per “impedire il contatto e limitare e controllare ogni forma di comunicazione tra il detenuto e gli appartenenti all’associazione criminale da lui diretta , per impedire – si legge nel provvedimento – che possa impartire direttive relative alle attività delittuose o in ordine alla rinnovazione della struttura del clan”. Anche perché, adesso, i Mazzei hanno un vuoto di potere da coprire, e dovranno designare il loro capo “a piede libero”.

