MESSINA – Sono le 20.47, le telecamere del museo di Messina riprendono due persone a volto coperto, vestite di nero, mentre entrano nella sala che custodisce le opere.
In pochi minuti portano via i quadri che compongono il Polittico e, armati di una mazza, mandano in frantumi la teca blindata che custodisce la tavoletta bifronte. Due interrogativi: com’è possibile che siano entrati da una porta apribile soltanto dall’interno? Punto secondo: com’è possibile che l’allarme sia scattato e, nonostante i custodi, ad avvertire la polizia sia stato un passante?
Messina, il furto e il giallo dell’allarme
Nel museo, in quel momento, ci sono quattro custodi: due uomini, ex Asu stabilizzati, e due dipendenti della Regione. Nessuno dà l’allarme. Nei loro confronti sarà aperto un procedimento disciplinare. La procedura scatterà non appena il dipartimento per i Beni culturali della Regione Siciliana riceverà la relazione della direttrice del museo, Marisa Mercurio.
L’allarme sarebbe scattato, quindi, secondo la direttrice Marisa Mercurio. Su questo sta indagando la Procura: la scena è stata ripresa anche dalle telecamere di video-sorveglianza.
Ore 20.47 – I ladri entrano in azione
La direttrice Marisa Mercurio sostiene, dunque, che l’allarme sia scattato regolarmente. Ed è proprio su questo punto che si concentra uno degli interrogativi principali dell’inchiesta: se il sistema ha funzionato, perché nessuno dei quattro custodi ha chiamato immediatamente il 112?
La procedura di sicurezza prevede che, dopo l’attivazione dell’allarme, i custodi dovrebbero verificare ciò che emerge dalle telecamere di video sorveglianza e allertare le forze dell’ordine.
La prima telefonata registrata
Quindici minuti dopo l’irruzione, a chiamare per prima le forze dell’ordine non è una persona che si trova dentro il museo, ma una donna che sta transitando in viale Annunziata insieme al marito.
La coppia nota alcuni quadri appoggiati alla recinzione. Sono le opere che, probabilmente i ladri, sono stati costretti a lasciare sul posto prima di fuggire. La donna, insospettita, telefona al 112.
È questo il momento in cui scatta concretamente l’allarme tra le forze dell’ordine.
Il giallo dell’allarme
Il mistero di questo furto è tutto in quei quindici minuti, gli investigatori stanno cercando di ricostruire cosa sia accaduto tra le 20.47, quando le telecamere immortalano i ladri, e le 21.02, quando arriva la telefonata della passante.
C’è poi un altro elemento da chiarire. È possibile che qualcuno abbia spento l’allarme? Il sistema, secondo alcune ricostruzioni, in passato si sarebbe attivato più volte senza motivo, costringendo i custodi a disattivarlo. Gli inquirenti vogliono capire se sia accaduto anche la sera del furto, o nei giorni precedenti. E vogliono accertare chi eventualmente abbia spento l’impianto e in quale momento.
“L’allarme dato da alcuni passanti poco dopo il furto – ha detto il procuratore capo di Messina Antonio D’Amato – potrebbe aver scongiurato il trasferimento delle opere. L’intervento della polizia ha attivato da subito una rete di controlli che potrebbero aver indotto i ladri a non varcare il confine siciliano. Al momento però è una ipotesi”.
La Procura cerca il possibile basista
I magistrati stanno incrociando le dichiarazioni dei quattro custodi con quelle della direttrice. Gli investigatori cercano una spiegazione al comportamento del personale presente quella sera e stanno anche passando ai Raggi X il passato delle persone coinvolte nella gestione e nella sorveglianza del museo.
Gli inquirenti stanno verificando anche se ci sia, tra il personale del museo, un basista. Un complice, anche insospettabile, qualcuno che potrebbe aver fornito ai ladri informazioni riservate: non tanto sulla disposizione delle opere, che qualsiasi visitatore può conoscere. Il furto è avvenuto aggirando i sistemi di sicurezza, conoscendo, probabilmente, i sistemi di sicurezza, i turni del personale.
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Una talpa potrebbe avere consentito alla banda di conoscere in anticipo i punti deboli del museo e di preparare un colpo che, almeno nelle intenzioni, doveva essere rapido e chirurgico. E lo è stato.
D’Amato: “Non scartiamo l’ipotesi mafia”
“Le piste che stiamo seguendo vanno in una molteplicità di direzioni, compresa quella della complicità interna. Al vaglio della procura i buchi della vigilanza e degli addetti”. Lo dice in una intervista al Tg1 il procuratore di Messina, Antonio D’Amato, che non esclude un coinvolgimento della mafia.
“Da parte nostra, non si può scartare l’ipotesi che dietro questo furto milionario ci possa essere il coinvolgimento della criminalità di tipo mafioso, storicamente interessata al furto delle opere d’arte – aggiunge – Una criminalità che ha il controllo del territorio ancora oggi, come dimostrano indagini e processi anche recenti”. Secondo il procuratore, le opere potrebbero ancora essere in Sicilia.




