CATANIA – La criminalità minorile è una realtà radicata a Catania. E quando le polemiche, anche se sui social, possono ingranare riflessioni sane e veritiere di quanto accade in città è importante non lasciarle scivolare ma alzare (o rialzare) i riflettori su un dramma che sfocia nella commissione di reati ma è in verità una piaga sociale, educativa e formativa. In queste colonne abbiamo snocciolato i numeri della dispersione scolastica in quei quartieri cosiddetti a rischio dove la malavita ancora ha diritto di parola. Dove la cultura della malavita ha diritto di esistere. Sono dati che rappresentano la cartina di tornasole di quello che poi i cronisti raccontano leggendo ordinanze, comunicati dei carabinieri, della Polizia di Stato e della Procura. Dal tentato omicidio da parte di un sedicenne armato al castello Ursino, al bullo che alla villa Bellini si presenta come il fratello del mafiosetto di turno, al furto di moto da parte di chi tocca con le punte dei piedi l’asfalto mentre è in sella.
I minori sono la manovalanza della criminalità organizzata. Perché si cercano nelle file dei giovanissimi i nuovi soldati da ingaggiare. Già ad undici anni si inizia a operare come vedetta: un fischio in caso di incursione delle forze dell’ordine e il gruppo di spacciatori ha il tempo di darsela a gambe. I minorenni con le pistole giocattolo che sono pronti ad assaltare distributori di benzina. Piccoli “chimici” che sono in grado di realizzare “bombe carta” per far esplodere parcometri e distributori anche per pochi spiccioli. E ci sono anche le baby gang che sfondano vetrate di noti negozi per rubare le scarpe di tendenza o l’ultima borsa alla moda. La Procura dei Minorenni di Catania ha un carico di lavoro notevole, a dimostrazione della diffusione del crimine che coinvolge gli under 18. La forza della giustizia è quella della repressione, ma non è la soluzione.
In questo si incastra il lavoro, importantissimo, delle associazioni che operano nei quartieri e che offrono la possibilità di conoscere un altro modo di pensare. Sentono parlare di legalità, di opportunità, di speranza. Conoscono una realtà diversa da quella a cui sono abituati a vedere ogni giorno. E’ facile additare come criminali, ma è necessario sviscerare il contesto sociale e familiare del minore che ha commesso un reato. La criminalità minorile si combatte nelle scuole, nei centri di aggregazione, nelle strade. Non nelle aule di giustizia. E’ un punto focale che dovrebbe stare tra le priorità delle agende dei politici, dei legislatori e degli uomini e le donne dello Stato. Una lotta che ancora non è stata vinta. Ed è giusto tornare a parlarne, anche se qualcuno dirà che è stato già detto tutto. Ma superata l’onda emotiva di alcuni fatti di cronaca si dimentica troppo in fretta. Teniamo alte le antenne, anche attraverso i social, per non permettere alle Istituzione di rimettersi i prosciutti sugli occhi.

