Restano tutti lì, accanto alle bucce e al sacchetto putrefatto, sulla spiaggia devastata da una pattuglia di unni della domenica. Restano lì e non se ne vanno, mentre il mare di Mondello, via via, smarrisce la tonalità azzurrina e si macchia di un lieve colorito giallognolo. Ancora è giugno; l’acqua sembrerà acqua per un mesetto, poi diventerà una pozza dal riverbero indefinibile. Intanto, sul fondale, campeggiano una bottiglietta, un fazzolettino e due tappi di plastica.
Dall’estate si evince una verità amarissima: quanto alcuni palermitani (non tutti) siano creatori o manovali di una appassionata bruttezza. La città conserva una sua logorata fascinazione, nonostante l’incapacità pluriennale di ogni politica, poiché nessuno – vociante opposizione o retorica maggioranza – è mai riuscito nell’impresa di sistemarla in profondità. Ma una vasta cittadinanza che la popola – non tutti, alcuni sì – è sedotta, più che rassegnata, dalla sindrome del distruttivo abbandono.
L’inciviltà che semina schifezze ovunque nasce dalla latitanza della bellezza e dell’armonia che raffigurerebbero la giustizia, se ci fossero. Al catalogo appartengono le ruote sul passaggio per le persone disabili, il chiacchiericcio al cellulare in curva, incurante di pericoli e multe, la seconda fila compiaciuta, pure quando non è necessario un attimo di vigile sosta, la taliata minacciosa nel frangente del sorpasso e la rivendicazione sindacale tonante (“chi si, sbirro!?” ed è la solita storia) se per caso spunta un inguaribile ottimista che richiami il prossimo a un minimo di decenza.
D’estate, anche Mondello è la radiografia di quella Palermo tascia, peculiare e diffusa, che si ritiene intoccabile. Non tutti, per fortuna, rientrano nella definizione. Eppure, tutti potremmo farne parte, a nostra insaputa.
Scorci di una serata in spiaggia, al tramonto, quando il mare mondellano serba per gli avventurati nuotatori una fragranza struggente. E’ domenica, una moltitudine ha appena levato le tende dalla porzione libera di spiaggia. I sacchetti oscillano al vento, nell’applicazione surreale di una poesia studiata a scuola, seminati sull’arenile da coloro che consumarono e non tolsero.
Cartacce, qualche pannolino, fazzolettini e materiale di probabile natura aliena scorrazzano indisturbati. Nessuno si muove, perché tutti si crogiolano nel fetore. Un gruppetto di ragazzini pende dalle labbra dell’ultimo telefonino. Mamma, papà e bimbo prendono il sole rimasto accanto a maleodoranti cumuli. Un’anziana col berretto bicolore aspetta, su una seggiolina da sbarco, che qualcuno le faccia la carità di riportarla a casa. Una squadra di adolescenti, immancabilmente pettinati con la sobrietà di un giocatore di rollerball, ha eletto la battigia a stadio olimpico e affronta una improvvisata finalissima, lasciando dietro di sé imprecazioni sottovoce, nonché polpacci contusi.
Nessuno che protesti, sia pure sommessamente. Nessuno che si levi per togliere il suo sacco dei rifiuti. E ci sono, grazie alla Santuzza, i palermitani puliti, civili e rispettosi che detengono il senso delle armonie, ma sembrano inermi, soffocati dall’implicita violenza del contesto. Alla fine, si resta senza parole e senza gemiti al cospetto degli innamorati della bruttezza trionfante. L’omertosa bellezza sceglie il silenzio, non si ribella più. Casomai sibila, di tanto in tanto, quella verità agra e un po’ vile: quanto sai essere tascia, Palermo, quando proprio vuoi.

