Morta dopo aborto gemellare |Ecco la relazione degli ispettori

Morta dopo aborto gemellare |Ecco la relazione degli ispettori

"Non si evidenziano elementi correlabili all'obiezione di coscienza".

CATANIA –  Nessuna correlazione tra la morte, dopo un aborto gemellare, di Valentina Milluzzo e l’obiezione di coscienza dei medici del reparto di ginecologia dell’ospedale Cannizzaro. Gli ispettori del ministero della Salute hanno ultimato la relazione preliminare sulla tragica scomparsa del 16 ottobre scorso: “Dalla documentazione esaminata – si legge nella relazione – e dalle numerose testimonianze raccolte dal personale, non si evidenziano elementi correlabili all’argomento “obiezione di coscienza”. Si è trattato di evento abortivo iniziato spontaneamente, inarrestabile, trattato in regime d’emergenza”.

Il coordinatore della task Force Francesco Enrichens ha ripercorso ogni attimo del ricovero di Valentina Milluzzo in ospedale.

“La paziente – scrivono gli ispettori – era assistita presso il reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Cannizzaro di Catania, dove era ricoverata dal 29 settembre (17° settimana di gravidanza), con diagnosi di minaccia d’aborto in gravida gemellare (gravidanza indotta con procreazione medicalmente assistita, presso altro Centro)”.

Le condizioni di trattamento della paziente sarebbero “adeguate per le condizioni di rischio dal momento del ricovero”. Il 15 ottobre alle 12.00 Valentina viene colpita da una febbre a 39 gradi, inizia la “somministrazione di antipiretici e ripresa immediata di terapia con antibiotici”.

“Le prime valutazioni cliniche – continuano gli esperti – e il monitoraggio dei parametri vitali non evidenziano alcun dato anomalo, se non -alle ore 16.00 circa- un iniziale abbassamento della pressione arteriosa”.

Fino a quel momento non sono stati registrati dati allarmanti, gli accertamenti ematici evidenziano “una situazione compatibile con un quadro settico e una coagulopatia da consumo, con progressiva anemizzazione e progressivo calo dei valori pressori”.

Gli anestesisti vengono allertati, le condizioni della donna “vengono comunicate ai parenti presenti con tempestività”.

Col calare della notte la situazione peggiora. “Alle 23.20, in sala parto, la paziente espelle il primo feto morto”. A questo punto gli ispettori confermano la somministrazione – da parte del medico – di ossitocina per favorire il secondo aborto. L’induzione all’aborto sembra smentire smentisce, di fatto, la ricostruzione dei legali dei Milluzzo, secondo i quali “un medico obiettore di coscienza si sarebbe rifiutato di praticare l’aborto fino a quando il feto fosse stato in vita”.

“Alle 24.00 inizia infusione con ossitocina – ricostruiscono gli ispettori – in coerenza con la necessità clinica di indurre l’espulsione del secondo feto, che avviene alle ore 1.40 del giorno 16 ottobre”.

E ancora, si legge nella relazione: “Viene coinvolto un secondo anestesista di turno e si sposta la donna in sala operatoria, per le procedure di secondamento chirurgico e di revisione della cavità uterina in anestesia, che si completano alle 2.10”.

Dopo il secondo aborto le perdite ematiche vengono tamponate, i medici somministrano “farmaci appropriati”.

“Le condizioni generali – si legge nella relazione – tendono al peggioramento; la signora viene intubata ed assistita sul piano ventilatorio. Viene trasferita in U.O. di rianimazione dove, alle ore 13.45, nonostante il massimo livello assistenziale ed un transitorio miglioramento delle condizioni generali, arriva all’exitus”.

“I Parenti – concludono gli ispettori – sono stati sempre informati e sostenuti dall’intera equipe degli ostetrici e degli anestesisti”.

La Procura ha disposto l’autopsia e ha assicurato che verranno eseguiti tutti gli accertamenti necessari.

 

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