Catania vive il Natale come una città di frontiera. Tra la luce del mare e l’ombra dell’Etna, si incontrano storie di povertà e di speranza, di fragilità e di rinascita. È qui che il Natale non è soltanto una festa, ma un appello a guardare i volti, a riconoscere le persone, a non lasciare indietro nessuno.
Negli ultimi anni la povertà è cresciuta in modo silenzioso ma costante. Secondo le stime più recenti, oltre il 30% delle famiglie catanesi vive in condizioni di vulnerabilità economica, mentre nei quartieri più periferici – Librino, San Giorgio, Nesima – la percentuale di minori a rischio di povertà educativa supera il 45%. Sono numeri che non devono spaventarci, ma svegliarci. Perché dietro ogni cifra c’è un volto, una storia, un nome.
Il pranzo di Sant’Egidio: una tavola che ricostruisce la città
In questo scenario, il pranzo di Natale della Comunità di Sant’Egidio diventa un segno profetico. Non è un gesto di beneficenza, ma un atto di fraternità. A Catania, ogni anno, centinaia di persone – anziani soli, famiglie in difficoltà, migranti, senza dimora, bambini di periferia – siedono alla stessa tavola. È una tavola che non divide, ma unisce; che non misura il merito, ma riconosce la dignità.
Il Natale di Sant’Egidio è un piccolo miracolo urbano: giovani e adulti, studenti e professionisti, cristiani e amici di altre religioni, tutti insieme a servire, ad ascoltare, a condividere. È la dimostrazione che la città può essere ricostruita non solo con i piani urbanistici, ma con la cura reciproca.
I giovani: non solo il futuro, ma il presente che costruisce
Catania è una città giovane, anche se spesso i giovani non si sentono protagonisti. Eppure, proprio loro sono la forza più sorprendente del Natale. Sono i ragazzi che preparano i pacchi dono, che servono ai tavoli, che passano le giornate a cercare chi è rimasto solo. In una città dove la dispersione scolastica sfiora il 20%, vedere giovani impegnati nella solidarietà è un segno di speranza concreta.
Mi ha molto colpito vedere la scorsa domenica tanti liceali ed universitari preparare e vivere il Natale con i bambini della Scuola della Pace. C’è un sano protagonismo nascosto nel Vangelo del Natale capace di strappare i giovani dall’irrilevanza o magari dal conformismo che spinge ad un Natale consumista per ritrovarsi, seguendo i piccoli, davanti allo stupore del Natale.
E’ un piccolo presepe vivente moderno ma anche un’immagine dalla quare poter partire per sognare con questi giovani un futuro in città, senza spingerli ad inseguire il successo latrove. Solidarietà è legame ed è la base della visione della città che vorremmo.
Una città che rinasce dai margini
Il Natale ci ricorda che il futuro non è un destino già scritto, ma un’opera collettiva. E i giovani catanesi, quando trovano spazi di responsabilità e di comunità, mostrano una maturità che spesso la società non riconosce loro.
Il Natale a Catania non è un racconto edulcorato. È un invito a guardare le ferite della città senza rassegnazione. È un appello a costruire ponti dove ci sono muri, a creare comunità dove c’è solitudine, a generare futuro dove sembra esserci solo precarietà.
La città rinasce dai margini: dai poveri che ci ricordano l’essenziale, dai giovani che ci mostrano il domani, dalle tavole condivise che diventano luoghi di pace. È questo il Vangelo che Catania può annunciare al mondo che, come dice il prof. Riccardi, “nessuno è troppo povero per non potere aiutare un altro povero” e, parafrasando, a Natale potremmo dire che nessuno è troppo ricco per non aver bisogno degli altri.

