Nino Benvenuti, il mito, mio padre...

Nino Benvenuti, mio padre e il fascino di un mondo che sognava

L'epica che abbiamo vissuto tutti insieme

C’è stata un’Italia, in un tempo lontano che a volte sembra vicinissimo, in cui rinascere e ricostruire dalle macerie di una guerra mondiale ha assunto anche il tratto pittorico di un combattimento, l’olio su tempera di uno scontro diretto contro gli ostacoli della fame e dell’indigenza.

Forse è proprio a questo che uno sport come la boxe deve gran parte delle sue fortune, intorno alla metà del secolo scorso. Lavorare, come prendere a pugni un destino ostile, mettendolo alle corde e costringendolo alla resa; come affermare la propria esistenza in un mondo annebbiato dal fumo delle macerie, ma sotto un cielo azzurro e promettente.

L’Italia anni ‘60 era anche questo, con padri sudati, dalle maniche rivoltate, e figli dagli occhi all’insù a cercare i loro occhi. Lo sport che si poteva seguire aveva l’”effetto nebbia” dei televisori in bianco e nero, dalle ricezioni stentate, specialmente nei collegamenti d’oltre oceano.

Oppure il suono gracchiante delle radioline a transistor, da dove uscivano le voci mitiche di valenti radiocronisti destinati alla visibilità televisiva, molto tempo dopo.

La radio faceva sognare. Mio padre mi iniziò così all’ascolto trepidante del calcio della domenica pomeriggio, come al rock che nasceva sotto l’egida di una bandiera gialla. E un giorno mi disse di Nino Benvenuti, un suo simile, divenuto eroe nel fare con eleganza e rispetto – tali sono, diceva, le credenziali autentiche dell’arte nobile del pugilato – ciò che in metafora stava facendo la sua intera generazione: prendere a pugni le avversità, non già le persone.

La radiolina gracchiava, in una notte del 1968, fredda ancora nell’aria ma calda nella passione sportiva. Quella notte mio padre era sveglio per lavorare, chino su un pantografo a disegnare progetti tecnici. Tutta la notte; avvertendo appena la stanchezza, mano destra alla matita, mano sinistra a reggere il lucido e orecchie attente.

La radiolina era lì, accesa e promettente: Nino Benvenuti, dopo aver vinto il primo e perso il secondo incontro con Emile Griffith (un nome che evocava graffi e un fisico che incuteva paura), tentava in un terzo e definitivo incontro l’assalto al titolo mondiale che l’avrebbe certamente consegnato alla storia.

La TV dell’epoca aveva già presentato a tutt’Italia quel viso da bravo ragazzo sempre sorridente; saperlo su un ring per affrontare una minacciosa montagna umana mi sembrava inverosimile, per questo motivo quell’evento aveva assunto, per me, un sapore epico.

La radiolina gracchiava nella notte. La TV era spenta per decisione politica: non si ammetteva l’idea di un popolo insonne per seguire un evento sportivo; sono ancora da venire le leggendarie “notti magiche”, inaugurate solo un paio d’anni dopo da un mitico e primordiale “Italia-Germania quattrattré”, a Messico ‘70. Fino a quel momento Nino da Trieste aveva trovato spazio, cioè, solo dentro i pochi minuti di un servizio al telegiornale, come Facchetti, Mazzola e Rivera. Oppure dentro radioline gracchianti.

Fino a quella drammatica, sportivamente, notte del marzo 1968. “La boxe – disse una volta Morgan Freeman, che boxer non era – è qualcosa di innaturale, perché si fa sempre tutto al contrario: invece di allontanarti dal dolore, come farebbe qualunque persona al mondo, gli vai incontro”.

Nino, proprio per questo, era tutti noi; o tutti loro, quelli come mio padre: se il gioco si fa duro, fai tu il muso duro. Alle quattro del mattino tutti al Madison Sqare Garden; chi non era lì presente, lo era con le orecchie e con il cuore, a migliaia di chilometri di distanza, al terminale di eteree onde radio propagate ad attraversare l’oceano. E pugni, e cadute, e rialzate, e sudore, e spalle ricurve, e guantoni a proteggere il viso. E un pugno sollevato in alto dal giudice dell’incontro, alla fine: la vittoria.

Ma fu l’epica vittoria di tutti, contro un destino da prendere a pugni, non le persone. La vittoria del rispetto e dell’onore. La vittoria di chi ci crede e non molla mai.

E Nino, lassù, adesso lo sta certamente dicendo ai suoi simili e a mio papà: “Ce l’abbiamo fatta, ragazzi”.


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