PALERMO – Da una parte l’incarico nel coordinamento nazionale sull’accoglienza dei profughi del ministero dell’Interno, dall’altro il ruolo di consulente del consorzio di comuni incaricato di gestire il Cara di Mineo. Due mansioni riunite in un’unica persona, Luca Odevaine, il grande esperto di immigrazione finito al centro dell’inchiesta ‘Mafia Capitale’, che finisce poi col ricoprire un terzo ruolo, venendo assunto come dipendente a tempo parziale proprio da chi ha bandito quella gara. La storia viene raccontata oggi dal Corriere della Sera, con un articolo a firma di Sergio Rizzo.
Al centro di tutto c’è il Cara di Mineo, il centro rifugiati più grande d’Europa, che nell’aprile 2014 deve bandire una gara per alcuni servizi all’interno della struttura catanese. L’importo sfiora i 98 milioni di euro e viene vinto dal consorzio di cooperative sociali ‘Casa della Solidarietà’. L’appalto finisce nel mirino nell’autorità anticorruzione, guidata dal magistrato Raffaele Contone, che “sforna – scrive il Corriere – un parere esplosivo: i meccanismi tecnici, in gergo la lex specialis delle procedure di gara d’appalto indetta dal consorzio ‘Calatino terra d’accoglienza’ per la gestione triennale del Cara di MIneo è ‘illegittima per contrasto con il codice degli appalti e con i principi di concorrenza, proporzionalità, imparzialità ed economicità”.
Un parere che andrebeb contro anche a quanto stabilito dal ministero dell’Interno: “Una mazzata mortale – scrive ancora Rizzo -. Che arriva dritta pure al Viminale”. La tesi dell’autorità anticorruzione “si fonda sulla considerazione che non spetetrebbe al ministero dell’Interno predisporre il capitolato di gara, come invece avvenuto”. Tesi che il ministero ha respinto. Intanto, il rapporto di dipendenza di Luca Odevaine dal Cara di Mineo è stato congelato.

