La Sicilia che vorrei: lettera da un laboratorio

La Sicilia che vorrei: quella che si vede al microscopio

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C’è una Sicilia che i pazienti non vedono mai, eppure decide gran parte del loro destino clinico. È quella dei laboratori, dove il lavoro non ha volto né voce: nessuno racconta la diagnosi di leucemia arrivata in tempo grazie a un sanitario che ha visto al microscopio cellule maligne e ad un pannello citofluorimetrico costruito con cura che le ha definite in modo preciso, o la malattia minima residua individuata prima che tornasse a manifestarsi clinicamente.

Eppure è lì, in quella stanza dove si processano campioni ematologici con strumentazioni all’avanguardia, che si gioca spesso la partita più importante: quella della diagnosi precoce e dove inizia la medicina personalizzata.

Lavoro nel settore ematologia e di citometria a Palermo di una Patologia Clinica, dentro una grande azienda ospedaliera che affronta ogni giorno le difficoltà note a chi vive la sanità siciliana dall’interno: carenze di personale, risorse spremute, un sistema che chiede sempre di più a chi resta.

Ma la Sicilia che vorrei raccontare non è solo quella delle mancanze. È anche quella — reale, non retorica — delle competenze che ci sono già, spesso sconosciute a chi sta fuori: professionisti che si aggiornano sulle linee guida internazionali, che discutono di protocolli con gruppi nazionali e/o europei, che scrivono e pubblicano, che organizzano convegni scientifici a Palermo portando relatori di rilievo nazionale. Una Sicilia che produce conoscenza, non solo che la subisce.

Il problema, semmai, è il divario: da un lato l’eccellenza tecnica di chi lavora nei laboratori diagnostici, dall’altro un sistema, soprattutto politico, che fatica a valorizzarla, investire su di essa, trattenerla. È la Sicilia degli strapuntini di cui avete scritto: quella dove si continua a fare tanto con poco, per abitudine più che per scelta, mentre altrove le stesse competenze verrebbero premiate e messe a sistema.

La Sicilia che vorrei è quella che smette di considerare la diagnostica di laboratorio un servizio invisibile e la riconosce per quello che è: il punto di partenza di ogni percorso di cura. Vorrei una Sicilia che investa in tecnologia diagnostica avanzata non come eccezione ma come regola, che trattenga i professionisti che si formano qui invece di lasciarli emigrare, che racconti anche questa parte della sanità — quella senza camice bianco visibile ai pazienti, ma con lo stesso peso nella loro storia clinica.

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Francesco Gervasi 


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