La Sicilia che (non) vorrei: scrive Luigi Rizzolo

La Sicilia che (non) vorrei: l’altra regione che scommette sul futuro

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Quando Roberto Puglisi, chiede quale Sicilia non vorremmo, la tentazione è quella di rispondere con l’elenco di tutto ciò che non funziona: la sanità che fatica a garantire un diritto fondamentale; le infrastrutture incompiute; la burocrazia che rallenta chi vuole investire; i giovani che continuano a partire; gli incendi che ogni estate feriscono il nostro territorio; le troppe occasioni perdute.
Sono problemi reali. Sarebbe da irresponsabili negarli.

Ma c’è una Sicilia che non vorrei ancora di più. È una Sicilia che continua a raccontare se stessa quasi esclusivamente attraverso i propri problemi. Una Sicilia che finisce per identificarsi con le proprie fragilità e non con le proprie possibilità. Ma nessun territorio può crescere se perde fiducia in se stesso. Nessun investimento nasce dove prevale soltanto la percezione del declino. Nessun giovane sceglie di restare in un luogo che sembra aver smesso di credere nel proprio futuro.

Ecco perché la Sicilia che non vorrei è una Sicilia rassegnata. Fortunatamente però questa non è l’unica Sicilia che esiste. Io conosco un’altra Sicilia.

La incontro ogni giorno negli imprenditori che incontri, nelle imprese che innovano, nei laboratori di ricerca, nei giovani che decidono di restare, negli amministratori che lavorano in silenzio, nei lavoratori che ogni mattina dimostrano competenza e responsabilità.

È una Sicilia che produce, che crea valore, che compete. Una Sicilia che spesso non fa rumore, ma che rappresenta la parte più autentica e più promettente della nostra terra. Non si tratta di raccontare una realtà diversa da quella che viviamo. Si tratta di avere uno sguardo completo, perché amare la Sicilia significa avere il coraggio di denunciare ciò che non funziona, ma anche la capacità di riconoscere ciò che funziona e metterlo nelle condizioni di crescere.

La domanda vera, allora, non è soltanto quale Sicilia non vogliamo, ma quale Sicilia vogliamo costruire. Ed è una domanda che non riguarda soltanto chi governa. Riguarda tutti noi. Perché il futuro di una regione non si costruisce attraverso l’attesa di un salvatore. Si costruisce attraverso una visione.

Le imprese lo sanno bene. Nessun imprenditore decide un investimento importante, guardando soltanto al presente. Ogni scelta nasce da un’idea di futuro. E anche la Sicilia deve tornare a ragionare così. Abbiamo bisogno di un progetto di lungo periodo, di una strategia che guardi ai prossimi trent’anni e che metta insieme istituzioni, imprese, università e società civile.

Un progetto che faccia della nostra posizione geografica una risorsa strategica, trasformando la Sicilia nella piattaforma naturale del Mediterraneo tra Europa, Africa e Medio Oriente. Un progetto che trasformi la nostra straordinaria disponibilità di sole e di vento in un vantaggio competitivo, creando filiere industriali, ricerca, innovazione e nuova occupazione.

Un progetto che valorizzi le nostre vocazioni produttive: dall’agroalimentare al turismo di qualità, dalla farmaceutica all’aerospazio, dalla microelettronica all’economia del mare, dalla manifattura avanzata alle industrie culturali e creative.

Un progetto che renda finalmente la pubblica amministrazione un alleato dello sviluppo, con tempi certi, regole chiare e procedure semplici. Un progetto che affronti una delle grandi sfide del futuro: l’acqua. Perché senza sicurezza idrica non può esserci sviluppo agricolo, industriale e turistico.

Ma soprattutto un progetto che metta al centro il capitale umano, perché la più grande ricchezza della Sicilia non sono soltanto i suoi paesaggi, la sua storia o il suo patrimonio culturale. Sono le persone. Sono i giovani che oggi troppo spesso devono andare via per trovare opportunità. L’obiettivo non deve essere quello di impedire loro di partire. Il mondo è aperto e la mobilità è una ricchezza. L’obiettivo deve essere quello di costruire una Sicilia nella quale partire sia una scelta e non una necessità. Una Sicilia nella quale tornare sia una possibile concreta e “appetibile”.

Una Sicilia nella quale un ragazzo possa dire “qui posso costruire il mio futuro”, un imprenditore possa dire “qui vale la pena investire”, un ricercatore possa dire “qui posso innovare” e una famiglia possa dire “qui possiamo vivere bene”.

La competitività di un territorio non si misura soltanto dalle risorse che riesce ad attrarre, ma dalla fiducia che riesce a generare: le imprese investono dove c’è fiducia; i giovani restano dove c’è speranza, le istituzioni funzionano quando c’è una visione.

La Sicilia ha bisogno di tutte e tre. Per questo non dobbiamo aspettare un salvatore. Perché nessuno, da solo, potrà cambiare il destino della nostra terra. Serve una comunità che ritrovi ambizione, responsabilità e orgoglio.

La Sicilia che non vorrei è quella che continua a chiedersi perché le cose non si possano fare. La Sicilia che vorrei è quella che sceglie, ogni giorno, di dimostrare che si possono fare. Di una cosa sono certo: una terra non diventa grande quando smette di avere problemi, ma quando trova il coraggio di affrontarli, senza permettere che siano i problemi a definirne l’identità.

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Ecco, caro Direttore, è questa la Sicilia che vorrei consegnare ai nostri giovani: una terra che abbia ritrovato la fiducia nelle proprie capacità, l’ambizione di costruire il futuro e il coraggio di diventare ciò che può essere.

Luigi Rizzolo, presidente di Sicindustria


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