PALERMO – Erano i giorni dell’adolescenza. A Natale le strade odoravano di fiori rossi, innamoramenti e luminarie. L’estate era perenne. Tutti erano lì, al posto giusto. Nessuno era andato via.
Era novembre, quel giorno del 1985, il venticinque. I ragazzi del liceo Meli di piazza Croci aspettavano l’autobus all’uscita della scuola. Una macchina di scorta li travolse. Tanti furono gli studenti coinvolti in quello spaventoso incidente. Biagio Siciliano morì subito. Maria Giuditta Milella sarebbe spirata in ospedale una settimana dopo.
Ognuno, a Palermo e ovunque, conserva una personalissima spina conficcata nel cuore. Gli ex ragazzi del Meli sono cresciuti con la consapevolezza della fragilità. Diventarono adulti, quel giorno. Le canzoni di Baglioni si eclissarono con i baci a labbra salate. La scoperta fu atroce: si poteva morire. Nessuno, neanche un ragazzino brufoloso di quindici anni, aveva il diritto di sentirsi immortale.
In questi anni di dolore si è combattuto, con gentilezza, per sottrarre Biagio e Giuditta all’oblio: specialmente, hanno lottato quelli che c’erano e che non hanno mai smesso di amare i compagni e il loro banco tagliuzzato di scritte e memorie. Alle testimonianze raccolte qua e là e protette perfino con tenerezza si aggiungono, adesso, le parole di Vincenzo che di Biagio Siciliano era il fratello.
“Una morte normale – dice Vincenzo – forse può trovare consolazione e sollievo. Così no. Io avevo dodici anni, andavo alle medie. Abitavamo a Capaci. Mio fratello, ogni mattina, si alzava alle sei per andare a prendere la corriera che l’avrebbe portato a Palermo. Biagio era quasi un papà aggiuntivo. Ci indirizzava sulla strada giusta. Era amabile con tutti, scherzoso, dolce… Mia mamma, Stella, lo definiva un gentleman e lui ogni pomeriggio beveva la sua tazza di tè…”.
Una famiglia serena, onesta, laboriosa. Nicola, operaio, Maria Stella e i figli. Anche Maria Giuditta Milella era il pensiero infinito di due genitori innamorati, Carlo e Francesca. Anche Giuditta, che i suoi chiamavano Titta, aveva la sua stanza, il suo rifugio, con le parole quotidiane sulla lavagna. Le ultime non sono state mai cancellate: “Scrivere Renata tel sabrina stud greco”. Giuditta era un miracolo di sensibilità. Se ne accorsero tutti, quando, da bambina, impose dolcemente a suo padre di ributtare in mare le aragoste che sarebbero servite per la cena.
Biagio era un ragazzo grande, ma pur sempre un ragazzo. “Ogni pomeriggio – ricorda Vincenzo – giocavamo a nascondino e a pallone. Lui era difensore, secondo tradizione familiare. Si andava alla scuola calcio di Capaci o nello spiazzale sotto casa. La sera, una voce doveva chiamarci più volte dal balcone altrimenti non saremmo mai rientrati. Papà è morto nel ’99, mamma nel 2004. Erano giovani. Sono stati stroncati dal dolore per la perdita del figlio. Erano logorati, distrutti, non si sono più ripresi. Io li ho visti cambiare. Se ridevano, ridevano con l’amaro in bocca”.
Vincenzo si ferma a respirare profondo. Continua: “No, non è normale una vicenda così, non trovi una risposta alla domanda: perché? Te lo chiedi ogni minuto: perché è successo?”.
E’ il 24 novembre. Nessuno sa ancora che sarà l’ultimo giorno intero tutti insieme. Nessuno lo sa mai. “Biagio si sentiva stanchissimo e non riuscì a giocare con me, questo mi manca. Dormì tutto il pomeriggio. Parte dei suoi compiti per l’indomani li fece mamma. Lui studiava fino a mezzanotte e non smetteva se non aveva finito”.
Il 25 novembre 1985. “Torno a casa da scuola, mamma ha cucinato gli spaghetti al sugo. Papà è in fabbrica. Mia madre dice: ‘mi riposo, svegliami quando c’è Biagio’. Ma Biagio non torna. L’orologio del soggiorno si è bloccato, segna sempre l’una e mezza. Biagio non c’è, non arriva. Bussano alla porta. E’ il maresciallo dei carabinieri, serissimo: ‘Signora, suo figlio ha avuto un incidente’”. Da quel punto, Vincenzo rammenta cose e persone, come galleggiando in un sogno. I vicini prendono in consegna lui e l’altro fratello. “Alle sette di sera torna papà. Entra. Ci guarda e dice: ‘Biagio è morto'”. Ed è in questo preciso momento che Vincenzo scoppia a piangere.
Trentatré anni dopo, come se fosse un minuto fa. Le ombre cremisi della sera, il pallone. Biagio giochiamo insieme? Mamma che prepara la pasta al sugo. Papà che è al lavoro. Carlo che era un vicequestore della polizia. Francesca che accarezzò una piantina sul balcone e la sentì tremare nell’ora dell’incidente. Gli abbracci e i baci. Biagio ti voglio bene. Giuditta, resta un po’ con me. Biagio e Giuditta vi vogliamo bene.
Eppure, anche Vincenzo, come tutti coloro che perdono qualcuno che amano ha imparato che nessuna separazione è per sempre. “Qualche tempo fa – racconta il fratello di un ragazzo nato già grande – ho avuto un brutto incidente. Il carabiniere che mi ha soccorso per primo si chiamava Nicola come papà. L’infermiere che mi ha accolto si chiamava Biagio. E’ stato come ritrovarli. Manca mamma, ho pensato. Poi l’ortopedico che mi ha visitato mi ha detto: ‘Signor Siciliano, lei è nato sotto una buona stella. Stella, sì, proprio come mamma…”. E dalle lacrime sboccia un sorriso.

