Palermo, cronache dell'estinzione | L'ultima arancina del Bar Alba

Palermo, cronache dell’estinzione | L’ultima arancina del Bar Alba

Lo storico ritrovo annuncia la chiusura. Ogni cosa è una storia a sé, ma tutto confluisce nel declino.

PALERMO – Bisogna volere bene alle arancine del Bar Alba perché sono buonissime, perché hanno il profumo della memoria, perché, nelle cronache di una città in estinzione, rappresentano una dissolvenza odorosa di momenti indimenticabili. L’amarcord è un gustoso impasto di ricordi e sensazioni. L’attualità, malamente, frigge con le sue bruciature.

Il passato è una nonna che, ogni domenica mattina, si metteva in processione e portava a casa cinque arancine al burro. Erano sempre mattine di sole, un po’ per la clemenza del meteo, molto per la nonna, un po’ per le arancine che predisponevano al meglio lo spirito, con lo stratagemma di un corpo saziato. Erano sempre domeniche di pranzi familiari, pasta al forno, cannoli da scartare e ‘Novantesimo minuto’ a chiudere il ricongiungimento festivo, mentre le zie giocavano a canasta, chiedendo, invano, di abbassare il volume della Tv.

Il presente è una signora in grembiule che, in un venerdì affollato, si destreggia fra i tavoli con garbata perizia. Bisogna volere bene alle persone che lavorano bene. Qualche cliente un po’ bisbetico chiede la luna, tanto per vedere l’effetto che fa? La risposta è un sorriso. E ci vuole forza per sorridere, considerando l’ultimo comunicato che annuncia la paventata chiusura dello storico Bengodi di ghiottoni in piazza Don Bosco.

Ecco perché, nel dare un morso alla prima delle due arancine – non è più tempo di consumarne cinque in un colpo – si subisce, come per una nemesi, lo strappo aggiuntivo di una rabbia tendente all’infelicità. Tutto il buono, drammaticamente, finisce all’ombra di Monte Pellegrino e tutto il male resiste. Palermo ha i suoi ritrovi gloriosi che si spengono, la sua munnizza imperitura che aumenta, la sua sete che ha rinnovato il rito primitivo del bidone e della fontanella.

Ogni vicenda contiene il suo sviluppo, le sue responsabilità e il suo corso differente da altro, ma tutto – da qualunque parte si osservi – dolcemente confluisce verso un rassegnato sfascio, una dissoluzione agghindata da intersezioni cosiddette ‘culturali’ che non resteranno nella memoria. Il Bar Alba che ammaina bandiera – se non interverranno eventi auspicabili – è l’ultima suggestione simbolica di un disastro con molte biografie dentro un unico contesto degradato e poverissimo. E se un giorno rinascerà delle sue ceneri di accarne o abburro, qui o altrove, sarà comunque la testimonianza di un filo reciso con la storia.

Meglio l’amarcord che, almeno, offre spine gentili. La campanella del liceo di via La Marmora – c’è sempre in liceo in via La Marmora – che dava l’occasione di un’arancina ricreativa, mentre una minoranza di irriducibili sceglieva il calzone e il solito spirito ribelle ordinava un cono gelato a dicembre. Il dibattito intellettuale si snodava, appunto, sulla duplice natura metafisica delle suddette arancine. Accarne o abburro: qual era la strada che avrebbe spalancato le porte del Paradiso ai praticanti della vera fede? E da lì, nel corso delle generazioni, si sarebbero dipanate controverse teologie del condimento, ognuna in polemica con l’altra.

I passaggi radenti in macchina per acchiappare al volo una guantiera di rosticceria che avrebbe risolto la cena. Le merende raddoppiate, poiché l’arancina stava bene su tutto, anche sul cornetto Algida o sulle Cipster. La fine della partita di calcetto che prevedeva un consulto gastronomico in piazza Don Bosco. Quelle domeniche mattina ricostituenti, l’antipasto di pranzi con pasta al forno e cannoli, aspettando l’avvento di Paolo Valenti, signore delle domeniche pomeriggio.

Un manuale di cronache dell’estinzione che, a breve, si racconteranno con il registro della più densa nostalgia annunciata dalla signora in grembiule che sparecchia i tavoli: sono davvero occhi tristi oppure è un miraggio? Roba per Quark al pari della dinastia dei dinosauri o della guerra di Troia, nel presente che non ha passato e che non crede al futuro.

C’era una volta Palermo, con la munnizza, la siccità, i problemi e le ferite, ma era una città viva che sognava di salvare se stessa. C’è Palermo, incatenata al suo malessere, con le piaghe eterne e nessun orizzonte di resurrezione. Rimangono le didascalie meste della speranza che fu. I gol di Toni con la mano all’orecchio. Certi capopopolo da giovani, dietro striscioni fiammeggianti, che predicavano un avvenire radioso. Quei ragazzi impegnati non ancora vecchi, ridotti ormai ad appendici di una poltrona. I sogni sepolti dal cinismo. Il desiderio strangolato dalla malasorte. Adesso, a quell’elenco, si aggiunge, come la malinconia di un presagio o il compiersi di una profezia, l’ultima arancina del Bar Alba.

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