PALERMO – Il piano di riequilibrio del Comune di Palermo è anche stata l’occasione per fare il punto sui pignoramenti subiti dell’Ente e sull’ammontare dei debiti fuori bilancio. Questi ultimi valgono 25,7 milioni di euro. I pignoramenti comunicati dalla tesoreria di Palazzo delle Aquile, invece ammontano 14,1 milioni di euro.
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Scendendo nel particolare i pignoramenti subiti dal Comune sono circa 223. Nella maggior parte dei casi si tratta di procedure avviate negli ultimi tre anni. Ci sono però anche alcune procedure del 2018, del 2016 e perfino del 2008. La cifra più grossa è connessa al fallimento della Cip: 5,4 milioni di euro. I restanti pignoramenti sono tutti di valore inferiore. In alcuni casi i creditori sono imprese, principalmente imprese attive nel settore sociale: cooperative e onlus. Fra coloro che hanno fatto causa al Comune ci sono anche professionisti e privati.
Intanto anche queste cause rischiano di essere travolte dalla tagliola, imposta ai creditori da parte della normativa che ha introdotto il piano di riequilibrio “straordinario” a cui ha ricorso il Comune di Palermo. Come si ricorderà Palazzo delle Aquile pagherà il 40 per cento per i debiti con anzianità maggiore di dieci anni, il 50 per cento per i debiti con anzianità maggiore di cinque anni, il 60 per cento per i debiti con anzianità maggiore di tre anni e l’80 per cento per i debiti con anzianità inferiore a tre anni. E saranno travolti anche i crediti sottoposti a procedure esecutive. Secondo la previsione di legge, saranno dichiarate estinte, infatti, le procedure esecutive pendenti al 15 maggio, per le quali sono scaduti i termini per l’opposizione giudiziale da parte dell’ente. Estinte saranno pure quelle procedure in cui l’Ente locale ha fatto opposizione ma questa è stata rigettata.
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Infine ci sono i debiti fuori bilancio. Di cosa si tratta? Sono uscite che l’ente non aveva previsto di fare ma che si sono registrate e che il Comune deve pagare. Nel caso del Comune di Palermo ci sono 9 milioni circa di passività che derivano da sentenze e 16 milioni circa da fatture per l’acquisizione di beni e servizi che non erano stati contabilizzati. Nel casi di quest’ultima tipologia si tratta di spesa che è sfuggita al ciclo del bilancio ma si tratta comunque di prestazioni effettuate per cui i fornitori hanno diritto al pagamento.
Lo spaccato dei debiti fuori bilancio racconta spesso la vita amministrativa di un Ente e i suoi paradossi. Stando al piano di riequilibrio, uno dei debiti più grossi 4,6 milioni è di competenza dell’ufficio tributi e di quello contenzioso: Il Comune di Palermo deve 1,4 milioni a titolo di rimborso per l’imposta comunale sulla pubblicità e circa 200 mila euro a titolo di spese giudiziali.
Un altro debito fuori bilancio da 4,4 milioni è da iscrivere al settore “Cittadinanza solidale” in questo caso mancherebbe un “impegno regolare” di copertura della spesa. E ancora, 2,5 milioni sono per “mancati ricavi da Ztl e zone blu”. Un milione è legato a un contenzioso sulle vasche di Bellolampo, 1,7 milioni da un debito con Amat. Fra quello più rilevanti c’è infine un credito in capo al servizio espropriazioni di 4,9 milioni ma non è accennata quale sia l’origine.
A pesare sull’intero piano di risanamento c’è poi un atto di diffida dell’Amat con cui la società ha chiesto al Comune di Palermo oltre 111 milioni di euro. A questo riguardo sono eloquenti le parole che si leggono nel documento: “La mancata perdurante e non giustificata definizione di tale contenzioso con AMAT è suscettibile di rendere vano ogni tentativo di predisposizione di un piano di salvataggio del Comune di Palermo”.

