PALERMO – Ventotto anni e mezzo di carcere per Camillo Mira, 8 anni e mezzo per il figlio Antonio.
È il verdetto, emerso il 15 luglio scorso, dalla seconda sezione della Corte di Assise di Palermo, presieduta da Vincenzo Terranova, al processo per l’omicidio di Giancarlo Romano, boss emergente dello Sperone, e il tentato omicidio del suo braccio destro, Alessio Salvo Caruso.
Palermo, l’omicidio del boss
Padre e figlio, il 26 febbraio 2024, avrebbero risposto all’aggressione compiuta da Romano nei confronti di Pietro Mira, l’altro figlio di Camillo. C’erano delle tensioni per la gestione del “pannello” delle scommesse clandestine.
I due imputati si sarebbero diretti alla tabaccheria di Romano in corso dei Mille e avrebbero fatto fuoco ferendo per sbaglio un cliente.
Dopo pochi minuti Romano e Caruso, scampato il pericolo, avrebbero cercato i Mira per vendicarsi. Una caccia all’uomo, ma ad avere la peggio fu Romano, crivellato a colpi di pistola. Caruso restò ferito.
Allo Sperone ci furono scene da Far West immortalate dalle telecamere di videosorveglianza e ricostruite dai poliziotti della sezione Criminalità organizzata dalla squadra mobile, guidata da Alberto Grammatico.
Romano era un boss emergente che guardava con nostalgia al passato per risollevare le sorti di della mafia. Le microspie registrarono il suo manifesto mafioso.
“A Palermo siamo a terra, siamo in ginocchio, siamo gli ultimi, siamo zingari”, diceva.
Aveva a che fare con gente che ancora “discute per una panetta di fumo”, che “rischia 30 anni di carcere per 10 mila euro“, mentre altri facevano soldi a palate.
“Noi abbiamo degli scopi, degli ideali che non dobbiamo fare morire ma – raccontava – e preghiamo il Signore che certe cose non finiscano mai… noi siamo contro lo Stato, contro la polizia”.
I Mira hanno sempre detto di aver agito per legittima difesa. “Mi hanno sparato, o morivo io o morivano loro”, spiegò il padre.
C’era stato un precedente. Caruso e una persona non identificata erano andati nel garage di via XXVII Maggio, centrale operativa della scommesse clandestine gestite dai Mira. Volevano la percentuale sugli incassi.
La Procura di Palermo è convinta che non si trattasse del classico pizzo. C’era un accordo illecito, imposto dal boss emergente Romano sarebbe stato un autorevole rappresentante.
I Mira, questa è stata la tesi difensiva, non hano sparato per uccidere e llsroo confermerebbe la traiettoria dei colpi.
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Il pubblico ministero Francesca Mazzocco ha contestato il metodo mafioso e l’aggravante della premeditazione.
Sulla vicenda è in corso anche un altro procedimento in cui i Mira sono vittime di Caruso: l’imputato, che ha scelto l’abbreviato, è accusato di tentato omicidio ed estorsione.



