PALERMO – È una batosta quella inflitta dal tribunale a Giuseppe Auteri e Giuseppe Di Giovanni, accusati di essere due boss che contano nella mafia del mandamento di Porta Nuova. Sedici anni al primo, 20 anni al secondo al termine di una lunga camera di consiglio.
La differenza sta nel fatto che per Auteri, difeso dall’avvocato Giuseppina Candiotta, è stata esclusa l’aggravante di essere stato capo e promotore, ed è stato assolto dal reato di associazione a delinquere finalizzata a traffico di stupefacenti e da un’estorsione.
Confermata, invece, la ricostruzione della Procura di Palermo secondo cui, Di Giovanni prima aveva fatto parte della famiglia mafiosa per poi, a partire da marzo 2019, guidare l’intero mandamento. Per entrambi era stata chiesta la condanna a 20 anni.
Porta Nuova, chi sono i boss condannati
Auteri è stato arrestato a marzo 2024 dopo un anno e mezzo di latitanza. Di Giovanni è sotto processo a piede libero per scadenza dei termini di custodia cautelare.

Auteri viveva da latitante in una di via Giuseppe Recupero, nella zona di via Oreto. Quando i carabinieri lo scovarono aveva un revolver calibro 35, quindici colpi e i fogli della contabilità mafiosa. Tommaso Lo Presti, detto “il lungo” per distinguerlo dal cugino omonimo e soprannominato “il pacchione”, aveva deciso che il bastone del comando dovesse passare nelle sue mani. Nelle sue mani finì l’archivio, recuperato dai carabinieri del Reparto facendo emergere i “segni grafici latenti” rimasti su alcuni fogli di carta.

Di Giovanni è stato scarcerato due anni fa, su istanza dell’avvocato Giovanni Castronovo, per decorrenza dei termini di custodia cautelare ed è stato costretto a trasferirsi in Calabria. Un capomafia con una condanna pesante a piede libero. A Palermo, invece, è tornato il fratello Tommaso dopo avere finito di scontare una condanna per mafia. Un terzo fratello, Gregorio, che è ancora detenuto, ha partecipato alla prima riunione della cupola dopo la morte di Totò Riina.

