PALERMO – “Lei lo sa chi sono io… mi chiamo Matteo Messina Denaro” (ASCOLTA LA SUA VOCE). E poi i “complimenti per il vostro lavoro” e quel “grazie per come mi state trattando” scritti su un pezzo di carta prima di salire sull’elicottero. Con tanto di firma dell’ex latitante.

Il capomafia trapanese e il colonnello del Ros Lucio Arcidiacono si guardano negli occhi. Si sono riconosciuti senza mai essersi visti. Pochi istanti, prima che il padrino venga caricato su un furgone e portato via, in cui si condensano anni di duro lavoro.
“Quando me lo sono trovato davanti l’ho subito riconosciuto. Era lui, l’uomo delle fotografie viste tante volte. Parlava con tono pacato, garbato. Gli abbiamo chiesto se volesse mangiare qualcosa. Si è complimentato”, aggiunge.
Arcidiacono ci mette la faccia, come sempre. La paura va superata. Come è avvenuto nelle altre mille volte che ha coordinato blitz e testimoniato nelle aule dei tribunali contro gli uomini e le donne che i carabinieri hanno arrestato: “Sono il comandante di una squadra, ho degli obblighi nei confronti dei miei uomini e della comunità. Ho già deposto nei processi, le nostre indagini hanno portato a tante condanne per gli uomini del latitante”.
Aricidiacono guida la squadra che, sotto il coordinamento della Procura di Palermo, ha stanato l’ultimo dei padrini latitanti. Da otto anni lui e i suoi uomini hanno perso il sonno e sacrificato gli affetti più cari per assicurare Messina Denaro alla giustizia. Hanno proseguito il lavoro di altre squadre. Oggi è un ufficiale, ma ricorda bene il suo ingresso nell’Arma. Era il 1993. Le stragi di mafia erano avvenute poco tempo prima. L’onda emotiva spinse la sua scelta. Voleva fare la sua parte.
Il boss sapeva di essere braccato. Sono anni che i carabinieri gli fanno terra bruciata attorno. Hanno arrestata tutta la sua famiglia.
Da alcuni mesi il procuratore Maurizio de Lucia e l’aggiunto Paolo Guido avevano capito di avere imboccato la pista giusta. Gli ultimi giorni sono stati frenetici. I rapporti fra i magistrati e i carabinieri del I° Reparto investigativo del Ros di Roma e del comando provinciale di Palermo sono stati costanti. Fino al via libera di ieri mattina.
Già dalle 6 la casa di cura è circondata dai carabinieri. Ogni via d’uscita è bloccata. Messina Denaro arriva intorno alle 8. Fa il tampone Covid e si registra all’accettazione. Quindi esce dall’ingresso di via Domenico Lo Faso.
Percorre a piedi la strada secondaria, dove il suo accompagnatore, Giovanni Luppino, lo aspetta in macchina, una vecchia Fiat Bravo bianca. Forse si devono spostare al parcheggio, o magari sonio diretti al bar. Qualsiasi siano le loro intenzioni non fanno tempo di metterle in pratica. Messina Denaro prova ad accelerare. Niente da fare, viene immobilizzato (GUARDA LE FASI CRUCIALI DELL’ARRESTO).
Nella mente di chi ha lavorato senza risparmiarsi scorrono le immagini di una vita in prima linea. Il pensiero di Arcidiacono corre subito al 12 luglio 2007. Il carabiniere del Ros Filippo Salvi aveva 36 anni quando, a Bagheria, cadde da un dirupo, durante un’operazione antimafia. Una delle tante per arrivare alla cattura di ieri. “L’arresto di Messina Denaro è anche merito suo”, dice l’ufficiale.
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