PALERMO – Palermo ricorda il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il “prefetto dei cento giorni”, inviato nel capoluogo siciliano per combattere la mafia dopo gli importanti risultati nella lotta al terrorismo.
La sera del 3 settembre 1982, in via Isidoro Carini, un commando di fuoco lo ha ucciso insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, 32 anni, infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana, alla guida di una A112, e all’agente di scorta 32enne Domenico Russo. Oggi il ricordo con l’omaggio e la deposizione di una corona d’alloro nel luogo dell’eccidio alla presenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in rappresentanza del governo, il presidente della Regione Renato Schifani, il prefetto Massimo Mariani, il sindaco Roberto Lagalla, il procuratore Maurizio de Lucia, deputata nazionale Carolina Varchi e i vertici delle forze dell’ordine. Un delitto commesso da Cosa nostra in un contesto di isolamento istituzionale.
Nell’ultima intervista a Giorgio Bocca, il prefetto spiegò che “un uomo viene colpito quando viene lasciato solo”. Il superprefetto, nato a Saluzzo (Cuneo) il 27 settembre del 1920, ritornò a Palermo con procedura d’urgenza dopo avere affrontato la malavita del nord, la mafia siciliana e le brigate rosse. Era la sera del 30 aprile del 1982, poco dopo l’uccisione del segretario siciliano del Pci, Pio La Torre, terzo uomo politico assassinato nel giro di qualche mese dopo Piersanti Mattarella, democristiano, presidente della Regione siciliana, e Michele Reina, segretario della Dc palermitana. Ma durante i suoi cento giorni a Palermo non ebbe quei poteri speciali più volte inutilmente richiesti.
Durante i funerali, il cardinale Salvatore Pappalardo accusò dall’altare usando le parole di Tito Livio: “Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata e questa volta non è Sagunto, ma Palermo! Povera Palermo nostra”. Il programma delle commemorazioni dopo la deposizione in via Carini prevede una messa la celebrazione in Cattedrale di Palermo della santa messa, officiata dall’arcivescovo Corrado Lorefice. Successivamente ci sarà un’iniziativa in via Vittorio Emanuele, al cippo commemorativo, promossa dal comando legione carabinieri Sicilia.
Il messaggio del presidente Mattarella
“Il prezioso lascito” del Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa “e l’esempio di tante donne e uomini delle istituzioni che non hanno ceduto a sopraffazioni, complicità, connivenze con gli interessi criminali, affermano i valori costituzionali di libertà e democrazia”.
Lo afferma in una dichiarazione il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricordando come “la mafia, 44 anni fa, uccideva a Palermo il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro, ferendo gravemente l’agente Domenico Russo, che moriva alcuni giorni dopo. La lotta contro le mafie – impegno della Repubblica – è compito che non consente sosta ed è condizione fondamentale di libertà e sviluppo”, aggiunge.
“Carlo Alberto Dalla Chiesa si dedicò, con lucidità e tenacia, nel corso della sua lunga carriera, alla difesa – dice ancora il capo dello Stato – dei principi di giustizia e legalità, a tutela dei cittadini, operando instancabilmente per contrastare il violento attacco alle istituzioni democratiche condotto dalle formazioni terroristiche e dalla criminalità organizzata, pagando con il sacrificio della vita la sua coraggiosa battaglia. Nell’anno in cui celebriamo gli ottant’anni della Repubblica, la figura e l’azione del Prefetto di Palermo richiamano la riconoscenza della comunità nazionale. Ogni cittadino, nell’esercizio della sua libertà, nella vita quotidiana e negli ambienti di lavoro, è chiamato a essere parte del rafforzamento della cultura della legalità, prima pietra della solidarietà e coesione sociale, per promuovere le prospettive di progresso dei territori. In questa giornata, il commosso pensiero della Repubblica va alle famiglie Dalla Chiesa, Setti Carraro e Russo, con sentimenti di vicinanza dell’intera Italia”, conclude.
Il post del presidente del Senato La Russa
“Il 3 settembre 1982 la violenza mafiosa colpì al cuore lo Stato, uccidendo il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. Servitore intransigente della Repubblica, il Generale ha guidato la risposta delle Istituzioni contro il terrorismo e la criminalità organizzata con la sola forza del dovere e della legge – scrive su Facebook il presidente del Senato Ignazio La Russa -. La sua integrità morale resta un punto di riferimento per chiunque ricopra un incarico pubblico. Proseguire la lotta alla mafia con fermezza e senza arretramenti costituisce l’unico impegno ammissibile per la Nazione. Ai familiari delle vittime giunga il deferente e profondo omaggio del Senato della Repubblica”.
La premier Meloni: il suo esempio continua a parlarci
“Il 3 settembre 1982 la mafia assassinava a Palermo il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, insieme a sua moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente Domenico Russo. Un uomo che aveva dedicato la propria vita allo Stato, combattendo prima il terrorismo e poi la criminalità organizzata, fino al sacrificio estremo. A distanza di 44 anni, il suo esempio continua a parlarci con una forza straordinaria. Coraggio, senso del dovere, amore per l’Italia: valori che dalla Chiesa ha incarnato senza mai arretrare, anche quando sapeva di essere nel mirino – ha scritto sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni -. “Ricordarlo significa onorare un eroe dello Stato. Ma significa soprattutto rinnovare un impegno: non lasciare mai soli coloro che ogni giorno combattono la mafia, difendono la legalità e servono la nazione. L’Italia non dimentica Carlo Alberto dalla Chiesa. E non dimentica chi ha dato la vita per difenderla”.
Le parole del presidente della Camera Fontana
“Oggi, a 44 anni dall’attentato di via Carini, ricordo con commozione e gratitudine il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’Agente Domenico Russo. La storia del Generale Dalla Chiesa è un esempio per tutti e continua a ispirare la lotta alla mafia e all’illegalità”, ha scritto sui social il presidente della Camera, Lorenzo Fontana.
“Il ricordo, l’esempio, la via maestra indicata dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ci chiama ancora una volta a celebrare il sacrificio che nel nome di una guerra dichiarata allo Stato combattè in terra di Sicilia. Nel giorno del 34º anniversario dell’eccidio di via Carini ci inchiniamo alla sua memoria ricordando la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di Polizia Domenico Russo uccisi con lui dalla mafia. Ai familiari, alla carissima Rita un abbraccio carico di riconoscenza per essere testimoni della memoria”. Lo afferma il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè.
Il ricordo del governatore Schifani
“Carlo Alberto dalla Chiesa rappresenta una testimonianza ancora attuale e concreta di tenacia e spirito di servizio nella lotta alla mafia. La sua fedeltà ai valori dello Stato costituisce un modello che, giorno dopo giorno, deve ispirare chi opera nelle istituzioni – ha detto il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani -. Con la stessa gratitudine ricordiamo la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo, che condivisero con lui un percorso di vita e professionale. È anche grazie all’impegno del generale dalla Chiesa, in un contesto difficile come quello dell’epoca, se oggi la mafia è più debole. E proprio seguendo il suo esempio, oggi manteniamo alta la guardia”. La Regione Siciliana era presente con una corona di alloro e il gonfalone.
Le parole del sindaco di Palermo Lagalla
“A 44 anni dalla strage di via Isidoro Carini, Palermo ricorda il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo – ha detto il sidaco di Palermo Roberto Lagalla -. Dalla Chiesa resta, ancora oggi, un archetipo dell’educatore, dell’uomo delle istituzioni e dell’esempio civile. Nella storia della nostra Repubblica, per tutta la sua vita, ha dimostrato un attaccamento alle istituzioni così profondo da esporsi ai rischi più grandi, senza mai arretrare. Lo ha fatto nella lotta al terrorismo, lo ha fatto contro la mafia e ha continuato a farlo a Palermo, dopo essere stato nominato prefetto, assumendo fino in fondo la responsabilità del ruolo che gli era stato affidato”.
“Ricordare Dalla Chiesa, insieme a Emanuela Setti Carraro e a Domenico Russo, significa rinnovare la memoria di un sacrificio che appartiene alla storia della nostra città e dell’intera Repubblica. Significa anche riaffermare il valore di una testimonianza che non ha perso forza con il passare del tempo.
Dalla Chiesa è stato un uomo civico a tutto tondo: un esempio, un modello e un testimone di come il servizio alle istituzioni possa diventare una scelta di vita, fondata sul senso del dovere, sul coraggio e sulla responsabilità. In un tempo in cui la tenuta delle istituzioni continua a essere fondamentale per la coesione civile e per il futuro del Paese, il suo esempio ci richiama al dovere di custodire la memoria, difendere la legalità e rafforzare ogni giorno il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni”.
L’Arcivescovo Lorefice: la memoria sia impegno concreto
“Sarebbe una sconfitta radunarci e onorare questi martiri della giustizia e del bene, sarebbe una profanazione tornare a casa uguali”. È il monito dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, che in Cattedrale ha celebrato la messa nel 44esimo anniversario dell’eccidio mafioso del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta Domenico Russo.
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“Un tradimento deporre fiori senza farci con tutta la nostra vita loro soci, loro compagni”, ha aggiunto Lorefice, invitando a trasformare la memoria in impegno concreto. Dalla Chiesa, ha sottolineato, fu “capace di proferire una parola umana così alta come quella di chi è disposto a parlare con la vita, fino ad effonderla, a donarla”. La sua vita, dal contrasto al terrorismo alla lotta alla criminalità organizzata in Sicilia, “è stata votata all’impegno, alla dedizione, fino al sacrificio esiziale, perpetrato da mano mafiosa”. Per Lorefice la mafia è “una perversa e subdola struttura di peccato” che può essere combattuta “con la forza della coerenza e il culto dei più alti valori umani e civili”.
Il generale-prefetto, ha ricordato, era “a contatto con la realtà di ogni giorno”, con “i modesti, con gli umili, con i probi, proprio perché fossero difesi dai cattivi”. “Carlo Alberto Dalla Chiesa ha fatto della sua vita una barca capace di prendere il largo”, ha concluso Lorefice, richiamando il Vangelo e l’impegno a servizio del bene e della libertà.




