PALERMO- Di Salvuccio Gebbia, vittima innocente, ragazzo luminoso, campioncino di calcio e innamorato dell’Inter, ucciso dalla strada circa dodici anni fa, rimane la fotografia all’angolo di via Mattei dove cominciò a morire, a pochi passi dal mare di Mondello. E quel viso in effigie si imbianca e si assottiglia, con la pioggia e col sole. E suo padre si reca lì, sempre, in quotidiano pellegrinaggio, per raccogliersi in preghiera. E sua madre attende che torni a casa colui che non potrà ritornare. Per le feste mettono un piatto apparecchiato in più in tavola per il commensale che non ci sarà. Papà Fortunato aveva sistemato un alberello di Natale accanto a quel piccolo altare stradale: “L’hanno portato via quasi subito – racconta – si vede che era gente che aveva bisogno”.
Ne ha viste tante Fortunato Gebbia, un uomo che non ha mai smesso di costruire senso, condividendo il suo coraggio di padre con la donna che gli cammina accanto e con la sua famiglia. Adesso, nella pancia del bar di Tommaso Natale in cui lavora, con altri bravissimi e gentili compagni di squadra, sforna con perizia panettoni su panettoni. Si ferma un attimo per un caffè. Un tavolino: “Sì, parliamo, mi piace che si parli di Salvuccio. Sì, ho visto che ci sono tanti incidenti a Palermo e non solo. Lancio un appello: ragazzi, vi scongiuro, state attenti”.
Un sospiro: “Il conducente della macchina che ha investito mio figlio non era uscito da casa sua per questo, lo so. Nessuno, normalmente, esce da casa per uccidere qualcuno. Io non odio, non ho né rabbia, né rancore. Ma ci vuole responsabilità, abbiamo tutti il carico della nostra vita e di quella degli altri”.
La famiglia Gebbia ha avuto la forza di andare oltre un lutto intramontabile. Salvuccio è presente ovunque, anche nella cucina del bar. “Sono stato nelle scuole a parlare di educazione stradale – racconta Fortunato – in una occasione ho notato un ragazzino che si toccava. L’ho guardato: ‘Sai, io non porto sfiga, sono solo un papà che ha perduto suo figlio’. Non è semplice discutere di temi del genere. La gente se ne frega, guida con il telefonino in mano, è imprudente. E si possono pagare prezzi altissimi. Si corre troppo. Il mio appello io lo faccio, magari servirà a qualcosa. O forse, chissà”.
In quel bar di Tommaso Natale, Fortunato è circondato dall’affetto e dalla stima di tutti: se lo merita anche per la composta dignità che ha sempre mostrato, con le sue spalle forti, con il suo cuore generoso. “La gente – dice – c’è stata vicina e io ringrazio tutti. Ti ricordi quando te l’ho raccontato? Salvuccio spalancava la porta di casa e gridava, ridendo: ‘C’è u’ miegghiu’. Entrava il sole nel soggiorno. E’ brutto avere un figlio che non c’è più. Cioè, io lo sento che c’è, gli parlo, mi consiglio: Salvù tu che ne pensi? Ma non possiamo più abbracciarlo, non possiamo più vederlo, né ridere con lui. Almeno per il momento. Io so che, quando toccherà a me, sarà lui a venirmi a prendere, mi prenderà in braccio lui”.
E c’è quel piccolo altare con un arcobaleno dipinto e la faccia di un ragazzo che non invecchierà. Salvuccio vivrà per sempre nel cuore di chi non ha mai smesso di amarlo, nella pioggia e nel sole, sotto il cielo che lo protegge.

