La questione morale è un argomento dolorosamente serio che riguarda la politica. E’ evidente che il centrodestra siciliano, sulla scorta di numerose inchieste, abbia molti grattacapi. Minimizzare non serve: rimanda una svolta. Occorrono prese di posizione coraggiose.
Ma la questione morale non deve diventare un’arma dialettica da usare come chiavistello polemico esclusivo per mettere in difficoltà un avversario politico. Ha una rilevanza maggiore di un obiettivo tattico immediato.
La questione morale
Le indagini e i capi di imputazione – che non sono sentenze – si ritagliano uno spazio doverosamente eclatante nelle pieghe della cronaca. Tuttavia, noi ci aspetteremmo parole capaci di andare oltre, per inquadrare il vero problema.
Che chiama in causa la qualità di una classe politica e i suoi modi di attirare il consenso. Non tutto diventa automaticamente reato. Però molto, in Sicilia, ha il retrogusto stantio del favore, della sudditanza, dell’appartenenza. Di un sistema che raramente convince, fatte le debite eccezioni, mentre, più spesso, blandisce i votanti in un drammatico cuneo tra privilegio e disperazione.
Questo meccanismo ha interesse a non toccare le diseguaglianze, a produrre differenze, a escludere vere riforme, per proporsi come l’antidoto del suo stesso veleno.

Appuntamento a Palazzo dei Normanni
Riconosciuto il punto – chi potrebbe disconoscerlo – da qui alla fine della legislatura che oggi, al Palazzo dei Normanni vede un passaggio importante, con la relazione del presidente della Regione, Renato Schifani, ci sarà un dibattito all’altezza del tema? Ci sarà una presa di coscienza collettiva, seriamente orientata verso una autocritica senza distinzioni?
Lo vorremmo. Ne dubitiamo. La politica, in Sicilia e altrove, non rintraccia più terreni comuni in cui confrontarsi con atteggiamento costruttivo.

L’anniversario di via D’Amelio
Ne è prova il tristissimo anniversario di via D’Amelio appena trascorso, caratterizzato da faide, polemiche, anatemi di una virulenza estrema. La cara immagine del Giudice Paolo Borsellino è stata utilizzata alla stregua di un corpo contundente metaforico da scagliare contro chicchessia.
Quasi nessuno ha ignorato la tentazione di trasformare la memoria in una disfida. Ci sono modi di pensare alternativi? Ma perché risulta impossibile mettere da parte – non le idee – l’acredine, davanti a un simbolo sacro?
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E se questa è la nostra politica, restia alla dignità, perfino in una occasione solenne, come potrebbe riscoprirsi, all’improvviso, virtuosissima tra gli scranni di Sala d’Ercole, con le elezioni in vista?
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