Via D'Amelio, Borsellino: l'anniversario e la catastrofe

Via D’Amelio, la cronaca di una strage e il diario di una catastrofe

Via D'Amelio Borsellino diario di una catastrofe
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Le tappe di una tragedia. La città di oggi

Via D’Amelio, Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina Vincenzo Li Muli, Claudio Traina. Via D’Amelio, la Signora Agnese, Fiammetta, Lucia, Manfredi. Via D’Amelio, Salvatore.

Via D’Amelio, il giudice e chi lo difendeva che quasi mai viene citato per esteso, finendo nell’angolo in ombra, sotto la dicitura ‘Gli uomini della scorta’. C’era anche una donna, Emanuela. Il suo sorriso l’abbiamo conosciuto nella memoria di una fotografia. Per lei, come per gli altri, non ci furono più incontri dal vivo, dopo il 19 luglio del 1992.

Via D’Amelio, i familiari e una città, intorno, talvolta accogliente, talvolta cattiva; talvolta affettuosa, talvolta disincantata. Li avete sentiti i maledetti sussurri sul ‘privilegio’ di avere avuto un marito, un padre, un fratello ammazzati nella stessa persona? Soltanto Palermo è così estrema, nel bene e nel male.

Borsellino
Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonio Caponnetto

I dottori Falcone e Borsellino

Nel diario intimo e pubblico dei suoi giorni, chi era il dottore Paolo Borsellino, reso proverbiale dagli occhi guizzanti, con soprassalti di dolcezza, dalla sigaretta aspirata, dalla voce roca e radiofonica? Che fosse un grande e coraggioso magistrato è noto, come il dottore Giovanni Falcone. Noi che abbiamo imparato a conoscerli sappiamo che entrambi erano persone buone, generose, oneste fino al sacrificio.

Il dottore Falcone, più ruvido, più esteriormente infrangibile, forse più timido, con la mania giocosa delle papere in miniatura da collezione. Il dottore Borsellino, più apparentemente empatico, con il cuore-pesca: tenero nell’umanità, nocciolo inflessibile nel principio. Lo rivediamo attraverso il tempo, ora che è proprio il tempo dell’anniversario. Il tempo che ritorna, per immagini, stazione dopo stazione.

La fermata di piazza Croci

Gli occhi di un padre

25 novembre 1985. Piazza Croci. Il Liceo classico ‘Giovanni Meli’, alla fine delle lezioni, si è riversato sulla fermata di competenza della scuola. Si verifica il disastro, narrato molte volte. L’auto di scorta ai dottori Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta che sbanda e finisce sulla folla degli studenti. Il bilancio è atroce: Biagio Siciliano muore subito, Maria Giuditta Milella, qualche giorno dopo.

“Nella camera mortuaria dell’ospedale Civico – raccontò Maria Stella, la mamma di Biagio – mentre piangevo, incrociai due occhi che mi fissavano, quasi bruciandomi per l’intensità dello sguardo. Era il giudice Borsellino”.

Tutti gli ex studenti nel ‘Meli’, coinvolti a vario titolo e partecipi della testimonianza, hanno spesso rivisto, nelle notti e nei giorni, gli occhi infuocati di un padre-magistrato che si sentiva in colpa, per il dolore di madri e padri come lui.

Erano innocenti, il dottore Borsellino e il dottore Guarnotta, eroi civili di una Palermo non sempre attenta e, allo stesso modo, vittime. Il loro cuore soffrì. Il cuore di Paolo Borsellino sanguinò accanto alla pena immane di Carlo e Francesca Milella, di Nicola e Maria Stella Siciliano. Da lontano fu partecipe. Vincenzo Siciliano, fratello di Biagio, e il dottore Leonardo Guarnotta hanno avuto modo di abbracciarsi, anni dopo. Nessuno ha più potuto riabbracciare il dottore Paolo Borsellino.

La strage di via D’Amelio

La strage di via D’Amelio

Via D’Amelio, il 19 luglio 1992. Toni Vullo, l’autista, unico sopravvissuto, ha raccontato: “Ricordo il giudice al citofono, in via D’Amelio. La sua faccia era contratta, con gli occhi come velati. Agostino gli aveva acceso la sigaretta. Il dottore Borsellino non era sereno. Aveva già saputo che il tritolo per lui era arrivato a Palermo”.

E ancora: “Il dottore Borsellino era un uomo molto serio, però, ogni tanto gli piaceva scherzare con i giochi di parole. Come, a giugno, qualche settimana prima. Siamo in un ascensore e con me c’è Claudio Traina. Il dottore legge la classica targhetta: ‘Capienza quattro persone. Claudio, Toni, allora, quante persone ci vanno? Claudio risponde: ‘Quattro, dottore’. E il dottore Borsellino pronto: ‘No, cinque. Quattro persone più Enza, perché Enza ‘ci capi’ (ci entra, ndr). Fu una delle ultime volte che lo vedemmo rilassato”.

Ha raccontato Giovanni Paparcuri, collaboratore di fiducia dei dottori Falcone e Borsellino: “C’era un clima bellissimo a Palazzo di giustizia, nonostante tutto. Il dottore Falcone e il dottore Borsellino sapevano scherzare, era il modo di alleggerire la tensione. Il dottore Falcone tirava molliche di pane. Il dottore Borsellino gli sottraeva qualche papera in miniatura della sua collezione e chiedeva il riscatto, con missive anonime: ‘Se la papera vuoi trovare, cinquemila lire devi sganciare’”.

Un attimo di eterna deflagrazione. Il resto è storia, odore, ustione. Il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, ha raccontato di quando, da cronista, arrivò sul luogo della strage e vide lo sfacelo. E lo percepì nelle narici. Certe notti sento ancora l’odore di via D’Amelio, dopo l’esplosione. Sogno di essere lì, come è accaduto. Poi, mi sveglio”, ha detto.

E’ accaduto all’istituto comprensivo ‘Giovanni Falcone’, allo Zen. Mentre parlava le ragazze e i ragazzi lo ascoltavano, immobili, senza distrarsi con lo smartphone, in assoluto silenzio.

Manfredi Borsellino

“Mio padre voleva vincere”

Una cronaca lucida sovrapponibile a quella della giornalista, Elvira Terranova, che, in un recente convegno, ha riferito la persistenza di una incancellabile memoria olfattiva. Mari Albanese ha scritto un libro, ‘Cinque vite’, per Navarra. Si chiede in un articolo per il nostro giornale: “Dove sono andati a perdersi invece i volti di Emanuela Loi,Vincenzo Fabio Li Muli, Eddie Walter Cosina, Agostino Catalano e Claudio Traina? E le loro storie di vita? Ci siamo mai chiesti chi fossero realmente oltre la divisa che indossavano?”.

“Mio padre voleva vincere questa guerra, ma gli è stato impedito – ha gridato a bassa voce Manfredi Borsellino, in via D’Amelio –. E’ stato lasciato solo da troppe persone vicine a lui, anche dal suo mondo lavorativo. Ancora siamo alla ricerca di questo amico che l’ha tradito. E’ stato lasciato solo non solo dalle istituzioni, ma anche da quel mondo professionale, lavorativo, giudiziario che lo circondava e che avrebbe dovuto proteggerlo, salvaguardarlo come uno dei suoi figli prediletti”.

Diario di una catastrofe

Via D’Amelio, 18 luglio 2026. Accanto all’albero che è diventato un simbolo. Manca un giorno all’anniversario. Nell’attesa del rito, c’è una fessura per depositare un desiderio?

C’è spazio per una preghiera? Vorremmo una città in pace, desiderosa di celebrare i suoi eroi insieme, per poi tornare a dividersi, se vuole.

Sappiamo che non sarà così. Sappiamo che una tragedia nazionale diventerà ancora una volta il pretesto per cento spaccature, rivendicazioni, distinguo, sull’onda delle appartenenze.

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In una Palermo che si ritrova a combattere contro il racket e la mafia, come tanti anni fa, certa antimafia è la storia di una faida continua, mentre sarebbe necessario rimanere uniti. Siamo alla Babele di linguaggi che non vogliono comprendersi, alla demonizzazione reciproca, alla ricercata impossibilità di un percorso comune nel nome dei martiri. Ecco perché la cronaca terribile di una strage annuncia, nel suo ennesimo rintocco, il diario di una catastrofe.

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