PALERMO – L’avvocato Salvatore Ferrante, penalista palermitano, ci racconta le sue due giornate di lavoro a Pasqua e Pasquetta, tra collegamenti in remoto, intoppi e la buona volontà di tutti. Con una convinzione finale: “Finita l’emergenza le udienze devono tornare a svolgersi in aula”.
Nel tardo pomeriggio del giorno di Pasqua, quando il maresciallo dei carabinieri mi ha comunicato l’arresto di un mio assistito, ho capito che anche quest’anno, così come i due scorsi, mi toccava fare udienza ‘direttissima’ il giorno di Pasquetta.
Resistenza a pubblico ufficiale. Questo è il motivo dell’arresto del mio assistito. Il maresciallo mi ha comunicato che sarei stato atteso per il giorno seguente alle ore 9:00 presso la sede del Comando provinciale dei carabinieri.
Normalmente le direttissime si svolgono presso il Palazzo di Giustizia, ma a causa dell’emergenza sanitaria in corso, da qualche settimana le udienze si svolgono in modalità “remota”, mediante l’ausilio della videoconferenza, usando l’applicazione “Teams”, disponibile su tutti gli smartphone.
Il provvedimento del presidente del Tribunale che disciplina questa modalità di svolgimento delle udienze prevede che l’avvocato può scegliere se partecipare all’udienza collegandosi da casa propria o dal luogo dove si trova l’arrestato.
Nel mio caso non ho potuto scegliere. Il giorno di Pasquetta, alle 9:00, come concordato, mi sono presentato presso la caserma “Carini” di piazza Verdi. Contemporaneamente arrivano anche i Carabinieri che hanno effettuato l’arresto (appartenenti ad un’altra stazione), in compagnia del mio assistito.
Ci rechiamo tutti quanti presso una saletta allestita ad hoc per le direttissime. Li ho la possibilità di parlare con l’arrestato. Tutto ciò avviene nel pieno rispetto delle norme sanitarie volte a prevenire il contagio (distanza di sicurezza, mascherine e guanti). Mi viene misurata anche la temperatura: 35.7. Meno male.
Contattiamo la cancelleria per avere istruzioni. In realtà non sappiamo quale sezione è di turno per le direttissime. Io provo a chiamare al telefono tutte le sezioni, fino a quando mi rispondono dalla quinta sezione penale.
Mi comunicano che Il fascicolo della mia direttissima non è ancora stato trasmesso al Tribunale. Probabilmente l’udienza non comincerà prima di mezzogiorno, come è prassi anche in tempi normali, dato che bisogna aspettare che la Procura della Repubblica sbrighi i numerosi adempimenti procedurali connessi all’arresto in flagranza di reato.
I carabinieri mi suggeriscono, quindi, di tornare a casa, dato che sarebbe stato inutile aspettare tutte quelle ore in caserma, in modo che anche loro sarebbero potuti rientrare nella stazione di loro appartenenza in attesa di essere chiamati per la direttissima.
Ci accordiamo che mezzora prima dell’inizio della direttissima mi avrebbero avvisato. Intorno a mezzogiorno mi arriva una mail dal Tribunale: è il link che mi consente di partecipare all’udienza da remoto. Chiamo, quindi, la stazione dei Carabinieri, dicendogli che mi era arrivato il link e chiedevo se fosse stato possibile per me partecipare all’udienza da casa mia. I carabinieri mi dicevano che era preferibile che io mi recassi in caserma, al fine di rendere più semplice il videocollegamento.
Non ho insistito sul punto perché conosco il mio assistito e ho pensato che fosse stato meglio per me stare accanto al lui nel momento della celebrazione dell’udienza. Verso le 13.30 ricevo una mail certificata da parte della Procura. È il fascicolo processuale. Questa è un ottima cosa, perché ho avuto modo di studiare il verbale di arresto e le richieste del Pm con tutta calma.
Verso le 14:00 ricevo la chiamata dal maresciallo della stazione: “Avvocato, tra un po’ tocca a noi!”. “Arrivo subito!” rispondo io. Stavolta, però, non mi sarei dovuto recare al Comando provinciale, bensì presso la stazione che ha effettuato l’arresto.
Sebbene detta stazione fosse un po’ distante da casa mia, sono arrivato a destinazione in pochi minuti. Le strade erano sgombre da veicoli. C’erano solo mezzi delle forze dell’ordine che pattugliavano il territorio. Giunto alla stazione, vengo accolto dal comandante. Insieme ci rechiamo presso una saletta tranquilla dalla quale ci saremmo collegati per mezzo di un tablet.
Il maresciallo mi informava che quello era l’unico dispositivo in possesso dell’Arma per effettuare i collegamenti da remoto per la partecipazione alle udienze. Per questa ragione, infatti, ero stato inviato il giorno prima a recarmi presso il Comando Provinciale: per consentire l’uso dello stesso da parte di più stazioni. Ma dato che oggi serviva solo a noi, poteva essere utilizzato anche direttamente dalla stazione presso la quale ci trovavamo.
L’appuntato cerca di collegarsi all’udienza virtuale, ma non ci riesce. Provo anche io con il mio tablet personale. Riesco a collegarmi in pochi secondi. Inizia l’udienza. Per fortuna avevo con me il mio tablet, perché quello dell’arma non ne vuole ancora sapere di collegarsi. Nel monitor appaiono il giudice ed il pubblico ministero. Il giudice è collegato dalla sua stanza, in Tribunale. Il pm. da una delle aule del nuovo palazzo di giustizia. Si procede all’appello e alla relazione della polizia giudiziaria. Tutto scorre liscio.
È nel momento in cui si procede con l’interrogatorio di garanzia dell’arrestato che sorgono i problemi. La voce del giudice giunge a tratti ed anche il giudice non capisce bene quello che dice l’imputato. Ad un certo punto la connessione si interrompe. Telefono alla cancelleria ed apprendo che il Pc del giudice è senza connessione e che stanno cercando di connettersi ad un altro Pc. Se non ci riescono ci tocca andare in Tribunale.
Dopo circa mezzora l’udienza può riprendere. Viene completato l’esame dell’imputato. Il pm fa le sue richieste ed anche io ho svolto la mia difesa. Il giudice si ritira in camera di consiglio (in realtà stacca solo la connessione). Nel frattempo entrano in collegamento altri due avvocati impegnati nelle direttissime successive. Uno di questi si trova in un commissariato di polizia, l’altra collega, invece, è collegata da casa sua. Approfitto del momento per parlare con il pm di un eventuale proposta di patteggiamento, che però scarto subito.
Arriva il giudice. Legge il provvedimento, con il quale dispone la scarcerazione del mio assistito. La lettura del provvedimento è interrotta dalle voci di una bimba. Non si capisce da dove viene. Forse è la figlia del fonico, a quanto pare connesso pure lui da remoto. Risate generali.
L’udienza si conclude con la scelta del rito, abbreviato, ed il rinvio della discussione ad altra udienza, sperando che per quella data l’emergenza sia cessata. Il maresciallo predispone il verbale di scarcerazione, quindi io ed il mio assistito andiamo via: il mio assistito a piedi, abita poco lontano dalla stazione; io in auto. Durante il tragitto per tornare a casa vengo fermato da una pattuglia della polizia municipale. Compilo l’autocertificazione. Controllano anche i documenti della macchina. Per fortuna era tutto ok. Dopo nemmeno 300 metri mi ferma un’altra pattuglia della Polizia municipale, stavolta me ne fanno andare via subito. Arrivato a casa mi sono concesso un bicchiere di vino rosso e una fetta di cassata. in fin dei conti è Pasquetta e penso di essermi meritato un momento di relax.
Cosa ho tratto da questa lunga giornata? Che ce la faremo. Nonostante le 1000 difficoltà, ognuno di noi sta cercando di mettercela tutta per consentire al paese di superare questo brutto momento. Una cosa però è certa. Finita l’emergenza le udienze devono tornare a svolgersi in aula, loro sede naturale. L’udienza da remoto snatura il processo. Si può accettare solo perché l’alternativa sarebbe non svolgere i processi o rischiare il contagio.

