Ci sono persone che vivono dentro situazioni che le fanno star male. Lo riconoscono, eppure restano. In relazioni che consumano, in lavori che logorano, in dinamiche familiari che soffocano.
Non perché non vedono il problema, ma perché pensano che cambiare è ancora più minaccioso e destabilizzante che continuare in quel modo.
Questa è un’idea che ritorna spesso, con sfumature diverse ma con lo stesso significato: “anche quando una persona sa di stare male, fatica a fare diversamente”. Non si tratta di incapacità o mancanza di consapevolezza, ma di uno dei paradossi più profondi dell’essere umano: la sofferenza può diventare una forma di stabilità.
Il sintomo non nasce mai per caso
Quando si guarda la sofferenza solo come qualcosa da eliminare, questo paradosso sembra incomprensibile. Ma se la si osserva più da vicino, si scopre che molti sintomi non sono semplicemente questo. Sono anche, in un certo senso, dei “tentativi di adattamento”.
L’ansia, la depressione, certi blocchi, persino alcuni comportamenti distruttivi spesso hanno avuto, all’inizio, una “funzione”: proteggere la persona da qualcosa che veniva vissuto come eccessivo, insostenibile, troppo difficoltoso da affrontare.
Ad esempio, una persona ansiosa può evitare decisioni che la spaventano. Una persona depressa può rallentare un’esistenza che le chiede più di quanto riesca a dare. Un figlio che sta male può, senza volerlo, tenere insieme una famiglia che rischia di andare in pezzi.
Il sintomo, pur facendo soffrire, mantiene una forma di “equilibrio”: fragile e costosa, ma pur sempre un equilibrio.
Perché il dolore che si conosce rassicura
Cambiare, al contrario, significa “rompere quell’equilibrio” e, anche quando è doloroso, comporta “affrontare una perdita”.
Ogni cambiamento implica, di fatto, perdere qualcosa: un ruolo, un’immagine di sé, una relazione, una certezza. A volte persino il proprio posto nella famiglia o nella coppia.
È per questo che il “dolore conosciuto” spesso fa meno paura dell’ignoto: la sofferenza, quando è abituale, diventa una specie di “casa”, scomoda ma pur sempre una casa, mentre fuori c’è qualcosa che non si conosce e che non si sa nemmeno nominare.
Molte persone non restano dunque dove stanno perché stanno bene, ma perché “sanno chi sono” in quelle determinate situazioni. Hanno imparato a riconoscersi nel loro modo di soffrire.
Cambiare significherebbe chiedersi: “E se poi non fossi più io?”. “E se non sapessi più dove collocarmi nelle relazioni, nella famiglia, nella mia storia?”.
Questa paura è spesso più potente della sofferenza stessa.
Il prezzo nascosto del cambiamento
Cambiare non è dunque solo smettere di soffrire. È anche rinunciare a vecchie sicurezze, a identità costruite nel tempo, a ruoli che hanno dato un senso alla propria storia. Per quanto limitanti, quei ruoli hanno permesso di sopravvivere.
Il sintomo spesso diventa il prezzo che si paga per non dover affrontare questo vuoto. Fa male, ma evita una domanda ancora più spaventosa: “Chi sarò se non sono più quello di prima?”.
Ogni volta che si prova a lasciare una relazione che fa male, a dire un no che non si è mai detto, a smettere di portare sulle spalle un peso che non è solo personale, ci si sente preoccupati ed in ansia.
Non si tratta di paura del fallimento, ma di paura di non essere più quelli di prima, di dover rinunciare a un’identità costruita intorno alla sofferenza.
E molti sintomi, in fondo, servono proprio a questo: a non dover fare quel passo. Tengono la persona ferma in un equilibrio che fa male, ma che è familiare.
Nessuno cambia mai da solo
Ogni soggetto è inserito in un sistema di relazioni che si è costruito nel tempo: partner, figli, genitori, colleghi. Quando uno prova a cambiare, tutto il sistema viene messo in movimento. E i sistemi, proprio come gli organismi, tendono a difendere il loro equilibrio.
Così capita che una persona che prova a stare meglio incontri “resistenze” proprio dove si aspetterebbe sostegno.
Partner che dicono “sei cambiato”, famiglie che minimizzano, contesti che spingono a tornare come prima.
Proprio chi sta vicino ostacola e frena il cambiamento. Non perché non voglia il bene del proprio caro, ma perché ogni cambiamento obbliga “tutti” a ridefinire ruoli, aspettative e distanze. E tutto ció può far paura.
Il sintomo, quindi, serve anche a questo: “mantenere una stabilità collettiva”, per quanto dolorosa.
In questo senso la problematica non appartiene mai solo a chi la porta, ma è spesso un messaggio che riguarda l’intero sistema. E finché quel sistema non è pronto a trasformarsi, il sintomo resta, anche se fa soffrire.
Perché andare in terapia fa paura
Ecco perché la terapia a molte persone fa paura: perché apre la possibilità concreta di cambiare davvero. E cambiare davvero non significa solo sentirsi meglio, ma significa prendere decisioni, fare scelte, spostarsi nelle relazioni, rinunciare a vecchi equilibri.
La terapia chiede qualcosa di radicale: smettere di usare il sintomo come unico modo per stare al mondo. E questo, per quanto liberatorio, è anche profondamente destabilizzante.
Superare il paradosso che tiene bloccati
Il paradosso del sintomo è dunque tutto qui: fa soffrire ma, allo stesso tempo, protegge dal dover diventare qualcuno che ancora non si sa di poter essere.
Molte persone restano dunque in situazioni dolorose non perché non sentano la sofferenza, ma perché temono quello che perderebbero cambiando. Relazioni, ruoli, o semplicemente l’idea che si erano fatte di sé. Il sintomo diventa allora una specie di compromesso: fa male, ma evita una frattura più grande.
È spesso in questo punto che nasce la richiesta di aiuto. Ed è qui che la terapia arriva come uno “spazio nuovo”, in cui fermarsi per guardare ciò che sta accadendo, e soprattutto ascoltarsi. Perché solo ciò che viene compreso può davvero trasformarsi.
Attraversare la paura ed uscire dalla sofferenza
La terapia non è il luogo dove la paura scompare, ma dove può essere finalmente essere ascoltata.
Perché il vero lavoro del cambiamento non è eliminare la paura, ma “attraversarla”, un passo alla volta, fino a scoprire che la vita che aspetta dall’altra parte non è così pericolosa come sembrava.
Finché si vive il proprio sintomo come un nemico da combattere, si resta intrappolati in una lotta sterile. É solo quando si inizia invece a leggerlo come un “messaggio”, come un segnale di qualcosa che chiede ascolto e comprensione, allora il cambiamento diventa possibile.
In questo spazio il sintomo smette di essere solo un problema da eliminare e diventa una “domanda da esplorare”.
É cosí che la persona può iniziare a immaginare se stessa al di fuori della sofferenza, non più definita esclusivamente da ciò che la fa stare male, e in una vita in cui non è più necessario soffrire per mantenere un equilibrio.
[La dott.ssa Pamela Cantarella è una Psicologa Clinica iscritta all’Ordine Regione Sicilia (n.11259-A), libera professionista e specializzanda in Psicoterapia ad orientamento Sistemico-Relazionale]

