PALERMO – Il pizzo si doveva imporre, con le buone o con le cattive, da Palermo fino in Belgio. Nuove intercettazioni fanno emergere i piani di Salvatore Verga, mandante degli attentati ai danni di imprenditori e commercianti.
“… tutti i locali che ci sono in Belgio siciliani… gli devi domandare il pizzo, così gli minacciamo le famiglie qua… in Sicilia… diglielo pure a questo mettiti a posto… cinquemila euro l’anno”, ordinava Verga a Salvatore Ariolo.
Il 5 giugno dal carcere di Trani, dov’era detenuto, Verga discuteva in videochiamata con Ariolo e una delle tante persone non ancora identificate. I carabinieri avevano perquisito la sua cella e trovato due smartphone utilizzati per smistare gli ordini ai picciotti dello Zen e della Marinella.
Verga se n’era procurato subito uno nuovo: “… è venuto qua dice… che li ha mandati la San Lorenzo, l’antimafia … che io sono in possesso di telefono per comunicare fuori… sono venuti alle nove di sera… ora mi sono sistemato di nuovo… Mimmo che testa ha?..”.
Sapeva di essere finito nei guai e invece di frenare spingeva sull’acceleratore. Le questioni aperte andavano risolte con “bombe e kalashnikov” e in fretta: “Gli dici a questo qua che oggi in poi chiude perché lo faccio diventare cenere”. I palermitani in affari in Belgio dovevano vivere nel terrore.
Verga invitava il suo interlocutore ad agire senza rimorso perché lungo era ormai l’elenco delle contestazioni che li accomunava: “… 74 (articolo 73, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ndr), 416 (associazione mafiosa ndr), estorsione, danneggiamenti, gli devi dire a tua moglie a due parole ci incontriamo fra 30 anni così gli dai un bacetto”.
Bisognava a completare il lavoro del pizzo iniziato lo scorso novembre con le prime bottiglie di benzina lasciate davanti ai locali di Sferracavallo e proseguito con gli incendi e le sventagliate di kalashnikov. Ora Verga e una parte della sua squadra sono finiti in carcere. Le indagini, però, vanno avanti. Ci sono altre responsabilità da accertate nel mandamento mafioso di San Lorenzo.
La figura di Ariolo è saltata fuori più volte nelle indagini antimafia. Era citato nei pizzini di Salvatore Lo Piccolo. All’inizio era considerato uno dei tanti commercianti che pagavano in pizzo in silenzio. Fu il pentito Manuel Pasta a spiegare che una persona “a disposizione”.
Ad esempio fu Ariolo ad offrire un contratto a Salvo Genova, il capo del mandamento di Resuttana che, finita di scontare una precedente condanna (nel 2023 è tornato in carcere ed è stato di nuovo condannato), andò a lavorare alla Eurofrutta di Ariolo che si trovava in via dell’Olimpo.
Ariolo aveva frequentazioni con Giuseppe Biondino, figlio di Girolamo, che ha finito di scontare la sua pena. Anche allora erano i contatti di un imprenditore che aveva cercato la protezione dei mafiosi.
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Una decina di anni fa emersero i contatti fra Ariolo e un altro Giuseppe Biondino, cugino omonimo del primo, pure lui oggi tornato libero, e figlio di Salvatore (l’autista di Totò Riina).
I carabinieri hanno intercettato Ariolo che parlava con Verga al telefono dal carcere mentre si trovava nel parcheggio della società “Nolo by car” di viale Regione Siciliana, gestita da Tommaso Bartolomeo Genovese. Anche quest’ultimo in passato era stato arrestato per estorsione, ma al processo l’accusa si affievolì.




