Palermo, pizzo per finanziare boss detenuti. Chi è il capo di Verga?

“I soldi ci devo mandare”: pizzo e violenza per ‘campare’ i boss detenuti

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Chi c'è dietro Salvatore Verga che dava ordini dal carcere

PALERMO – Mancano dei pezzi per completare il puzzle investigativo sulla strategia mafiosa e “para terroristica” a San Lorenzo. E sono pezzi di riprovo. Salvatore Ariolo, 50 anni, uno dei coinvolti nel blitz era già stato arrestato per mafia nel gennaio 2018. Il 5 giugno scorso si trova davanti a un autolavaggio in viale Regione Siciliana. È una delle basi operative dei picciotti del racket che vivono fra lo Zen e la Marinella.

I carabinieri recuperano le immagini di una telecamera. Zoomano e scoprono che sta facendo una videochiamata con Salvatore Verga, detenuto a Trani.

Così si scopre che Ariolo sta gestendo un’estorsione. Chiedono una parte dei soldi subito subito e altri 1.500 a Pasqua e Natale. “Gli devi dire così quest’anno… cinque mila euro subito… tutte cose ti brucia minchia”: Verga detta la strategia dell’intimidazione. Mostra insofferenza perché gli addetti alla riscossione “vengono tutti per problemi, nessuno viene per portare soldi”.

I soldi servono per le famiglie del boss detenuti. “Io pure che sono qua dentro li ho mandati a chi c’avevo da mandare e tu lo sai”, spiega Verga.

Quel “tu lo sai” traccia un’altra pista investigativa che potrebbe portare gli al livello superiore. Verga viene descritto come in ascesa nel mandamento mafioso di San Lorenzo. Lo conferma il fatto che sia stato lui a gestire la strategia della tensione a colpi di attentati e ad occuparsi delle esigenze economiche dei detenuti e dei loro familiari. Quest’ultimo è un ruolo chiave in Cosa Nostra e non viene affidato agli ultimi arrivati.

Ariolo sa chi c’è dietro gli attentati? Quando finì la prima volta nei guai giudiziari all’inizio sembrava che fosse uno dei tanti imprenditori vittime del racket. Era pure citato nei pizzini di Salvatore Lo Piccolo. Ed invece poi sarebbe emersa come una figura “a disposizione” dei mafiosi.

Diede pure un lavoro allo scarcerato boss di Resuttana Salvo Genova nella sua “Eurofrutta”. Era in contatto con i cugini e omonimi Giuseppe Biondino, uno figlio del boss Girolamo e scarcerato per fine pena, l’altro di Salvatore, autista e fedelissimo di Totò Riina.

Forse è per questo che Verga si rivolge a lui sapendo di parlare con un interlocutore che conosce uomini e cose. È arrabbiato per il mancato pagamento: “… devi dire così… tutte cose ti brucia minchia… io se non avessi le capacità morirei dalla fame, e tu lo sai che significa stare in carcere a chi hai visto mai? A chi hai visto?… e io invece pure… io pure che sono qua dentro li ho mandati… a chi c’avevo da mandare e tu lo sai”.

Non escludeva azioni ancora più eclatanti perché “tutte queste armi che ho comprato devi fare la ruggine?”. Il clan ha molte armi a disposizione.

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Il 12 giugno è Matteo Salamone a chiamare Verga. La sera precedente gli hanno sequestrato due cellulari in carcere, ma ne ha subito recuperato un altro. L’ordine è perentorio, “ora si deve colpire… mi deve dare subito diecimila euro altrimenti tutte cose fuoco… ormai la tavola è apparecchiata…”.

Il lavoro andava completato a tutti costi, qualcuno di importante reclamava i soldi. Nonostante ci fossero stati i primi arresti, la macchina del pizzo non si poteva e doveva fermare. E i picciotti si davano appuntamento alla “Nolo by Car” di Tommaso Bartolomeo Genovese in viale Regione Siciliana per programmare i raid. Quello di Genovese non è un cognome nuovo per gli investigatori. Non ha ricevuto alcun provvedimento. Qualcuno, però, lo spendeva nelle visite ai commercianti per chiedere il pizzo.


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