PALERMO – L’indicazione era di imporre il pizzo a tappeto appiccando incendi e sparando raffiche di kalashnikov. “Tutti devono pagare”, diceva Salvatore Verga, che ordinava gli attentati mentre era detenuto in carcere.
Negli anni in tanti hanno pagato, in contanti oppure accettando l’imposizione di merce. E se si parla di ristoranti nelle borgate marinare allora una delle voci principali, nel menù e nei conti aziendali, è rappresentata dai frutti di mare.
La probabilità di avere mangiato al ristorante quelli imposti dai boss è altissima. La “Frutti di mare Cardillo” aveva il monopolio delle forniture a Mondello e Sferracavallo. Dietro la società ci sarebbero i fratelli Nunzio e Giuseppe Serio, coadiuvati da Francesco Carpisi.
Nunzio Serio è il boss di Tommaso Natale, arrestato di nuovo l’anno scorso dopo avere finito di scontare una precedente pena assieme al fratello Domenico. Pochi giorni fa entrambi sono stati condannati a 20 anni ciascuno di carcere.
Libero per fine pena, dallo scorso aprile, è il terzo fratello, Giuseppe, che è stato stretto collaboratore di un altro boss scarcerato, il capomafia Calogero Lo Piccolo.
Nello stesso processo dei Serio ha subito una condanna Amedeo Romeo, anche lui con interessi nel settore dei frutti di mare. Nel 2022 era entrato in rotta di collisione con un altro fornitore, Salvatore Randazzo. “Venditi il ghiaccio e non ci rompere la minchia”, raccontava Romeo ad un ristoratore.
Alla fine Randazzo fu costretto a fare un passo indietro, ma per compensare le perdite ottenne il via libera per vendere il ghiaccio in regime di monopolio. Nel frattempo, infatti, Randazzo si era guadagnato la stima di Nunzio Serio di cui è diventato un fedelissimo. C’era pure “Raz Degan” (soprannome di Randazzo ndr) ad accogliere il boss dopo la prima scarcerazione.
Nel giugno 2023, appena tornato in libertà per la seconda volta, Randazzo era stato uno dei primi a ricevere la visita di Nunzio Serio. Il capomafia aveva voluto ringraziarlo di persona visto che era stato Randazzo ad occuparsi dei bisogni economici della sua famiglia.
In un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente, i frutti di mare arrivavano nelle cucine di tanti ristoranti: “Panineria da Emanuele”, “Da Giannò e figlio Marco”, “Frontemare”, “Marino”, “Simpaty”, “Al Gabbiano”, “La Barca”, “La Perla”, “Il Delfino”, “Temptation”, “L’Angolo di Mondello”, “Da Calogero”, “Danimart”, “Da Piero”, “Da Marianna e Andrea”, “I Sapori del Golfo” , “Rosso di sera”.
Forniture imposte dai boss oppure scelte dai ristoratori? La certezza è che nessuno ha denunciato, nessuno si è costituito parte civile al processo. Ci sono pure intercettazioni da cui emergerebbe anche una certa familiarità.
I nomi di molti ristoranti si ripetono nella lista che a giugno scorso è stata sequestrata in carcere a Verga che annotava le attività commerciali e le cifre da richiedere. Una contabilità dei soldi del racket incassati o da incassare anche a costo di seminare paura.
Fra i bersagli c’è certamente il ristorante “Al Brigantino”, il cui nome compariva già nel pizzino perso dai picciotti del racket quando a novembre piazzarono bottiglie di benzina davanti ai ristoranti di Sferracavallo. Lo scorso aprile hanno sparato una raffica di kalashnikov contro la vetrata del locale.
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All’indomani il titolare, Andrea Testaverde, cugino di un imprenditore che ha denunciato il racket, ha spiegato di non avere ricevuto mai una richiesta estorsiva che altrimenti avrebbe spedito al mittente, rivolgendosi subito alle forze dell’ordine. La sua è una scelta chiara ed è accompagnato dai legali dello Sportello di Solidarietà. Ha pure invitato, senza sé e senza ma, i suoi colleghi ristoratori a denunciare il pizzo.
C’è un episodio del recente passato che va riletto con attenzione. Il ristoratore aveva ricevuto la visita di un venditore della “Frutti di mare Cardillo”, ma preferì restare con il suo vecchio fornitore. La merce era di qualità e non c’era ragione di cambiare. Stessa cosa non sarebbe avvenuta in altri locali, dove al contrario accettarono per il quieto vivere di affidarsi al nuovo fornitore. Il pizzo si paga anche così.




