Caro presidente Crocetta,
ci risiamo. Ancora una volta. Col balletto della giunta azzerata, delle consultazioni, della nascita di un nuovo governo. Che chissà quanti mesi durerà. È la quarta giunta in tre anni. E forse basterebbe questo per avere l’idea del fallimento politico di quest’esperienza. Fallimento che lei certo condivide con i suoi compagni di cammino. Ma che porta in testa la sua firma, presidente Crocetta. Altro che azzerare giunte, presidente. Qui c’è da azzerare tutto. A partire dalla sua poltrona di Palazzo d’Orleans. Qualcuno stavolta ci ha timidamente provato. La voglia di sopravvivenza dei suoi sodali comodamente seduti su poltrone dorate ha prevalso.
Avevamo cominciato dai governi della rivoluzione. Quella da portare avanti con Battiato in tour e Zichichi che parlava d’Archimede quando non era a Ginevra. Quando la parola ha cominciato a suscitare ironia se non peggio, quella retorica (quella della guerra alla “manciugghia” e altri vernacolari slogan), si è passati al governo degli inciucetti siculo-romani, con quello sgangherato Crocetta-bis messo su alla bell’e meglio da lei e un pugno di amici, lasciando a bocca asciutta mezzo Pd. Altri mesi buttati via, fino al Crocetta ter, quello della pax con i partiti, quello dell’intesa politica, quello che doveva essere, solennemente si disse, un governo di legislatura. Sì, ciao. Una manciata di mesi e siamo punto e a capo. Di nuovo a cambiare assessori come figurine dell’album di un bambino viziato.
Nel frattempo la Sicilia ha continuato ad agonizzare. I suoi conti a boccheggiare. La sua spesa assistenziale ha continuato a garantire stipendi, agli altri non è rimasto che soccombere o fuggire via. Mentre tutto crollava: piloni, montagne, pil, credibilità delle istituzioni, speranza. Tutto crollava, presidente. Restava in piedi la casta dei superburocrati che a lei sta tanto cara, e che si è premurato di coccolare ancora una volta l’altro giorno, intervenendo tempestivamente a tutela delle loro tasche sul tema dei doppi incarichi.
Restava in piedi la casta. E, tra qualche vicissitudine, il suo ormai leggendario cerchio magico. Quello che da sempre la consiglia, ascoltatissimo. E che saldamente controlla e gestisce il potere a Palazzo d’Orleans. Dove lei continua a fare nomine su nomine, la cosa che meglio (si fa per dire) le è riuscita in questi anni.
Non è da solo, presidente, a detenere la paternità di questo disastro. Ha avuto abbondanti compagni di avventura. Quella politica che prima improvvidamente ha puntato su di lei e poi, quando quasi da subito ha messo a fuoco l’errore, non ha avuto il coraggio e la capacità di rimediarvi. Cercando di correggere la sua rotta o di porre fine alla legislatura per limitare i danni. Niente da fare. Le norme giocano tutte dalla sua parte. L’Ars deve suicidarsi per mandarla a casa. E nessuno vuole rinunciare alla sua poltroncina. Mesi fa un deputato regionale di maggioranza disse in Aula che era ora di domandarsi se quegli ottomila euro al mese valevano la loro dignità. Non sappiamo se i suoi colleghi nell’intimo del loro cuore hanno accolto quell’invito. Se lo hanno fatto, la risposta deve essere stata sì, ci par di capire. E così Sala d’Ercole si tiene stretta i suoi novanta inquilini. Che da mesi non fanno una legge che non sia fatta a pezzi dal governo nazionale.
Ci risiamo, insomma. Avanti senza una bussola, se non quella dell’improvvisazione per uscire dalle secche del momento, con i giochi di tattica che tanto bene le riescono quando c’è da uscire dall’angolo, complice la debolezza dei suoi avversari.
Ma se la sua presidenza può vivere di tattiche, di certo non può la Sicilia. A cui tocca sorbirsi ancora una volta lo spettacolo della giostra degli assessori, che entrano ed escono dalle porte girevoli delle sue giunte. Supereremo quasi certamente quota quaranta stavolta. Che record, presidente. Roba che nemmeno in Guatemala. Se lo faccia confermare da Antonio Ingroia.

