Il ciclone Harry ha colpito duramente la Sicilia, lasciando dietro di sé strade distrutte ed allagate, abitazioni danneggiate, litorali e porti devastati, attività economiche in ginocchio.
Per alcuni giorni le immagini hanno occupato le cronache, raccontando l’emergenza, la conta dei danni, la paura vissuta nelle ore più critiche. Poi, come spesso accade, l’attenzione mediatica si è spostata altrove.
Chi vive nei territori colpiti
Quando l’acqua si ritira e i riflettori si spengono, restano le conseguenze più profonde: materiali, economiche, ma anche e soprattutto psicologiche ed emotive.
Le calamità naturali non distruggono infatti solo costruzioni e strutture fisiche, ma “mettono in crisi il senso di sicurezza, di continuità e di fiducia delle persone”.
Accanto ai danni provocati dal ciclone Harry, la frana di Niscemi ha rappresentato un’ulteriore ferita per il territorio e per la popolazione coinvolta.
Eventi diversi, ma accomunati dalla stessa esperienza di “improvvisa perdita di sicurezza”, che rafforza il senso di vulnerabilità e di incertezza.
Quando il rischio riguarda il luogo in cui si vive, la casa e il paesaggio quotidiano, le attività lavorative frutto di anni di sacrifici, l’impatto non è solo materiale, ma profondamente psicologico.
Un impatto su più livelli
Le calamità naturali producono “danni multilivello”, che si sommano e si amplificano a vicenda.
A partire dai danni materiali ed ambientali, con case danneggiate o inagibili, perdita di beni personali, interruzione dei servizi essenziali, compromissione del territorio e delle infrastrutture ed attività commerciali presenti nello stesso.
Per continuare con i danni economici, che vedono molte famiglie e lavoratori in crisi per via di abitazioni compromesse, attività lavorative ferme, redditi persi, spese di riparazione da dover sostenere.
Tutte queste condizioni provocano inevitabilmente dei danni di natura psicologica in quanto non è solo il territorio a venire colpito, ma l’intero equilibrio interno dei soggetti coinvolti.
Gli effetti psicologici
Questo accade perché gli eventi traumatici di grande entità colpiscono nuclei profondi ed essenziali dell’esperienza di vita, interrompendo bruscamente la normalità e le routine quotidiane, mettendo in discussione il senso di sicurezza personale e collettiva, e generando una condizione di minaccia percepita per la vita propria e dei propri cari.
La distruzione delle abitazioni, che rappresentano un luogo di protezione e sicurezza, causa ferite che vanno oltre i danni fisici. Non si tratta infatti solo della perdita di uno spazio materiale, ma di un attacco al contenitore della vita emotiva, della storia personale e delle relazioni più intime.
L‘instabilità economica che si determina in queste condizioni di criticità mina il presente ma soprattutto la progettualità futura, e può alimentare ansia, frustrazione e scoraggiamento.
E ancora, quando il territorio cambia in maniera cosí drastica ed improvvisa, cambia anche il modo in cui le persone si sentono parte di esso, e ció rappresenta un vero e proprio attacco all’identità sia dei singoli individui che dell’intera comunità.
Da stress acuto a disturbo post-traumatico
Paura persistente, insonnia, allerta continua, ipervigilanza, irritabilità, immagini intrusive dell’evento, difficoltà di concentrazione, rabbia sono tutte emozioni che vengono sperimentate da chi vive un evento catastrofico di simili portate.
Si tratta di reazioni di stress acuto che si vivono nelle fasi immediatamente successive all’evento, e nascono dall’esperienza di perdita del senso di controllo e dalla percezione di una grave minaccia all’incolumità personale: “la natura, da elemento familiare e spesso rassicurante, diventa improvvisamente pericolosa”.
Queste reazioni non sono patologiche in sé, in quanto rappresentano delle risposte normali ad eventi anormali; sono risposte umane ad eventi che superano le normali capacità di adattamento.
Tuttavia, quando i sintomi persistono nel tempo, possono evolvere in forme di disturbo post-traumatico. Ciò avviene quando l’esperienza vissuta non riesce ad essere elaborata ed integrata, ma continua a presentarsi nella vita della persona come se l’evento fosse ancora in corso.
Il trauma, in questi casi, non appartiene più solo al passato, ma invade il presente, condizionando il modo di pensare, di sentire, di relazionarsi, l’intera vita del soggetto.
Calamità naturali e “trauma collettivo”
Le calamità naturali –cicloni, frane, alluvioni, terremoti– rappresentano dunque degli eventi traumatici poiché improvvisi, incontrollabili e minacciosi per la vita.
Tali eventi sono anche caratterizzati dal fatto che colpiscono contemporaneamente singoli individui, famiglie, ed intere comunità, generando un trauma che è sia individuale che “collettivo”.
Viene coinvolto un intero gruppo sociale che condivide la stessa esperienza di perdita, paura e vulnerabilità. In questi casi il trauma si distribuisce nel tessuto sociale, modificando il clima emotivo, le relazioni e il senso di appartenenza.
Riconoscere, non minimizzare
A chi ha vissuto sulla propria pelle una calamità naturale è importante dirlo chiaramente: “quello che è successo è grave, e le sue conseguenze non finiscono quando le telecamere si spengono”.
Dopo i primi giorni di cronaca, quando l’attenzione pubblica si sposta altrove, il dolore resta. Restano le case danneggiate, le notti insonni, la paura quando piove di nuovo, l’incertezza economica, la fatica di ricominciare. Restano domande senza risposta e, spesso, una sensazione profonda di essere stati dimenticati.
Sentirsi arrabbiati, stanchi, tristi o svuotati, non è debolezza. È una reazione comprensibile a qualcosa che ha scosso nel profondo la sicurezza, l’identità e la storia personale delle vittime.
Il trauma non segue i tempi dei notiziari: non si risolve in pochi giorni e non scompare perché se ne parla meno. Ha bisogno di tempo, di riconoscimento e di rispetto.
Dare senso all’accaduto e spazio al dolore
Dire “poteva andare peggio” o “bisogna andare avanti” troppo in fretta, anche se spesso nasce da buone intenzioni, può ferire quanto l’evento stesso. Andare avanti non significa fare finta di niente, ma essere accompagnati nel dare senso a ciò che è accaduto, nel trovare parole per raccontarlo, nel sentirsi legittimati nel proprio dolore.
Questo dolore merita spazio, ascolto e attenzione, anche quando non fa più notizia. Perché le “ferite invisibili” esistono, e prendersene cura è parte fondamentale della vera ricostruzione.
Ricostruire anche “dentro”: il senso della cura
“Ricostruire” non è solo rimettere in piedi muri e riparare strade, ma riconoscere ciò che è stato perso, onorare la sofferenza e restituire alle persone la possibilità di sentirsi di nuovo al sicuro, nel proprio luogo e nella propria vita.
Parlare di ciò che si è vissuto, essere ascoltati senza giudizio, dare un nome alle emozioni è una parte fondamentale del processo di guarigione.
In questi casi un supporto psicologico non deve essere visto come un segno di fragilità, ma come un vero e proprio “strumento di cura” quando gli eventi superano le risorse personali.
Spazi di ascolto individuali o di gruppo aiutano a ridurre il peso emotivo, a ritrovare sicurezza e a evitare che il trauma resti silenziosamente incastrato nella vita quotidiana.
Offrono la possibilità di trasformare ciò che è stato vissuto da evento paralizzante a esperienza che può essere narrata, compresa e integrata.
Il tempo della ricostruzione invisibile
La vera ricostruzione, quindi, non riguarda solo ciò che è visibile, ma anche e soprattutto ciò che non si vede: le paure che restano, il senso di insicurezza, le notti difficili, le domande sul futuro, la fatica emotiva di tornare a fidarsi del proprio ambiente e della propria vita quotidiana.
Questa parte della ricostruzione richiede tempo, un tempo diverso da quello dell’emergenza e della cronaca. Non è immediato, non è lineare, non segue scadenze precise. È un “tempo soggettivo”, fatto di piccoli passi, di momenti di arresto, di ritorni improvvisi della paura e, lentamente, di nuove possibilità di equilibrio.
Il tempo del trauma non è il tempo degli interventi tecnici o delle risposte istituzionali: è un tempo interno, che ha bisogno di essere rispettato. Ogni persona ha il proprio ritmo nel ritrovare sicurezza, nel rientrare nella normalità, nel sentire che il pericolo è davvero passato.
Ricostruire, allora, significa anche concedersi il diritto di non stare subito bene, di avere ancora paura, di sentire fragilità. Significa accettare che la guarigione non è una cancellazione dell’evento, ma una trasformazione graduale del suo significato nel tempo. Solo così ciò che è stato vissuto può smettere di essere una ferita aperta e diventare parte della propria storia, senza continuare a governare il presente.
[La dott.ssa Pamela Cantarella è una Psicologa Clinica iscritta all’Ordine Regione Sicilia (n.11259-A), libera professionista e specializzanda in Psicoterapia ad orientamento Sistemico-Relazionale]

