Si possono criticare le sentenze e i giudici? La risposta è scontata: certamente. Sostenere che un giudice abbia sbagliato costituisce un’opinione legittima, se corroborata da valutazioni concrete. Leonardo Sciascia, tra i primi, difese Enzo Tortora non colpevole. Aveva ragione lui, nel racconto di una delle pagine più clamorose della nostra storia giudiziaria.
Invece, affermare che un giudice abbia preso una decisione per un secondo fine – politico, personale, o chissà -, in un florilegio di asserzioni retoricamente suggestive e indimostrabili, configura un attacco ingiustificato. Come non appare giustificabile scagliarsi contro provvedimenti non discussi nel merito.
Il caso Saguto, i domiciliari
Gli ultimi casi, che hanno Palermo nel titolo, sembrano, a riguardo, esemplari, almeno nella descrizione di scosse d’opinione dialetticamente bellicose, quanto infondate. Sui social è passata una valanga di indignazione tendente al forcaiolo per i domiciliari concessi a Lorenzo Caramma, marito di Silvana Saguto, in virtù dell’età e di gravi problemi di salute.
Una scelta, a norma, umanamente comprensibile. La pena non dovrebbe mai tracimare nella tortura. Ed ecco che, dal web, sono state scagliate le reprimende. Nessuna analisi, per assenza di competenze. Solo un’eplosione di rabbie a vario titolo, nel segno del selvaggio: ‘buttate le chiavi’.
La ‘carica’ contro Morosini
Cose di pancia da evitare, in un contesto civile, più rimarchevoli, se c’è di mezzo la politica. La carica di cavalleria del centrodestra nei confronti del tribunale di Palermo, ‘reo’ di una sentenza di risarcimento in favore della Sea Watch, è apparsa fuori misura.
Le sentenze non si emettono per spalleggiare le politiche di nessun governo. Il fatto che seguano i codici è (sarebbe) un’architrave della democrazia. Nel frattempo, entrano in circolazione, nel discorso pubblico, concetti di segno opposto, proprio mentre si giura sul valore teorico dell’autonomia della magistratura.
“L’esercizio del diritto di critica si esprime evidenziando la contraddittorietà di passaggi della motivazione dei provvedimenti o segnalando la violazione di norme specifiche richiamate dal giudice”,ha ricordato Piergiorgio Morosini, presidente del suddetto tribunale. Lo stesso Morosini si è trovato in mezzo a una polemica assurda per essere un sostenitore del ‘No’ al referendum.
La ‘miccia’ del referendum
La miccia è sempre il referendum sulla giustizia. Partito come confronto acceso, si è trasformato in un’ordalia, in una progressione gridata. Per colpa di quasi tutti.
Le incontinenze sorgono a bizzeffe in entrambi i campi. L’incipit del surrealismo – bisogna riconoscerlo onestamente – spetta ad alcune esemplificazioni del No, orientate a sinistra. Pure la destra si è accodata alle grida referendarie, travalicando la sostanza. In ambiti governativi, di opposizione e della magistratura sono state prodotte esternazioni non favorevoli a una corretta e rispettosa riflessione.
Sarebbe, perciò, necessario trarre insegnamento dagli inviti alla moderazione di un grande siciliano, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma (forse) c’è chi – dall’una e dall’altra schiera – si prepara consapevolmente allo sfascio, considerandolo politicamente redditizio. Se andrà così, raccoglieremo i cocci. Anzi, sta già accadendo.
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