Referendum sulle trivelle: |le ragioni del Sì e del No

Referendum sulle trivelle: |le ragioni del Sì e del No

Il 17 aprile gli italiani saranno chiamati a votare per decidere se vietare il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le dodici miglia dalla costa.

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CATANIA – Il 17 aprile gli italiani saranno chiamati a votare per decidere se vietare il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le dodici miglia dalla costa. Il referendum abrogativo è l’esito del voto di nove consigli regionali. Tra le regioni promotrici non c’è la Sicilia. Il voto sarà valido soltanto se sarà raggiunto il quorum, cioè se andrà a votare il 50% più uno degli aventi diritto. Secondo i dati diffusi da Legambiente “a oggi nel nostro mare entro le dodici miglia sono presenti trentacinque concessioni di coltivazione di idrocarburi, di cui tre inattive, una è in sospeso fino alla fine del 2016, cinque non produttive nel 2015. Le restanti ventisei concessioni che sono produttive, per un totale di settantanove piattaforme e quattrocento sessantatré pozzi, sono distribuite tra mar Adriatico, mar Ionio e canale di Sicilia. Di queste, nove concessioni (per trentotto piattaforme) sono scadute o in scadenza ma con proroga già richiesta; le altre diciassette concessioni (per quarantuno piattaforme) scadranno tra il 2017 e il 2027 e in caso di vittoria del Sì arriveranno comunque a naturale scadenza”.

La normativa in vigore tutela i titoli abilitativi già rilasciati compresi i permessi di ricerca presenti nell’area entro le dodici miglia marine. Secondo i dati di Legambiente i permessi “sono nove, per un’estensione di 2.488 kmq”. Un permesso di ricerca attualmente sospeso si trova nella porzione meridionale della Sicilia, tra Pachino e Pozzallo, un altro ricade a largo dell’isola di Pantelleria “ed è sospeso per problemi tecnici”. Sette delle concessioni interessate dal referendum riguardano infatti la Sicilia: tra le piattaforme che si trovano a meno di ventidue km dalla costa ci sono quella di Pozzallo (Vega) e quelli di Gela (Perla e Prezioso).

Due sono le ipotesi in campo: in caso di vittoria del Sì, le concessioni delle compagnie petrolifere non verranno rinnovate alla scadenza prevista. In caso di mancato raggiungimento del quorum o di vittoria del no, si continuerà invece ad estrarre fino all’esaurimento dei giacimenti. Non si potranno comunque costruire nuove piattaforme entro le dodici miglia marine perché espressamente vietato dalla legge. Il referendum, invece, non riguarda le piattaforme collocate a una distanza superiore alle dodici miglia marine dalle coste italiane. La partita referendaria ha un forte sapore politico e mette al centro del dibattito pubblico temi come le forme di sviluppo e i rifornimenti energetici.

Tanti i comitati nati nelle ultime settimane anche a Catania nell’ambito della battaglia No Triv, un fronte composito e bipartisan che va dalle associazioni ambientaliste alla società civile passando per i partiti e i movimenti di opposizione e dal comitato degli avvocati per il Sì capitanato da Goffredo D’Antona. Il comitato del No, anzi dell’astensione, invece, è riunito a livello nazionale sotto la bandiera degli “Ottimisti e Razionali”, e la causa ha ottenuto anche l’endorsement dalle associazioni degli industriali. Il Pd, lacerato a livello nazionale, promuove l’astensione. A Catania però si registra la presa di distanza dell’associazione Demosì che invece ha sposato la battaglia per il Sì.

Il fronte del Sì sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione sulla salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità messa in crisi da alcune pratiche come l’airgun, spari di aria compressa, utilizzate per la scansione dei fondali. “Andare a votare Sì in occasione del referendum sulle trivelle del 17 aprile è un dovere morale di tutti coloro che intendono salvare la propria terra dalle grinfie di petrolieri e politici inginocchiati alle lobby delle multinazionali dell’oro nero Votare contro le trivelle significa tutelare il proprio mare e il proprio territorio difendendo la vocazione turistica della nostra isola”, spiega il presidente dell’associazione Codici, Manfredi Zammataro. “Inoltre, è necessario votare Sì non solo per impedire lo scempio delle trivellazioni nel nostro mare (che potranno essere impiantate anche a 22km dalle coste) ma soprattutto per contrastare un modello di sviluppo energetico basato sul petrolio e sull’inquinamento. Votare Si infatti vuol dire investire sulle energie rinnovabili sulla riduzione dei consumi e dell’inquinamento e puntare soprattutto sullo sviluppo dell’industria del turismo nella nostra splendida Sicilia”, aggiunge Zammataro. In più si teme per gli esiti funesti di potenziali incidenti in un mare “chiuso” come il Mediterraneo. Salvaguardia dell’ambiente e non solo: gli attivisti puntano il dito anche sui contraccolpi economici che le trivelle hanno su attività come la pesca e il turismo.

C’è poi una considerazione squisitamente economica. Le somme di denaro (royalties) versate allo Stato dalle compagnie petrolifere che estraggono idrocarburi sono tra le più basse al mondo: il 7% per il gas e il 4% per gli idrocarburi estratti a mare. Inoltre, i dati forniti dall’Unmig, l’ufficio minerario per gli idrocarburi e le georisorse del Mise, e da Assomineraria, “stimano riserve certe sotto i fondali italiani che sarebbero sufficienti (nel caso dovessimo far leva solo su di esse) a soddisfare il fabbisogno di petrolio per sole sette settimane e quello di gas per appena sei mesi”. I comitati negano l’esistenza di un pericolo sul fronte occupazionale perché la cessazione delle attività non sarebbe immediata, ma si verificherebbe allo scadere delle concessioni le cui date erano già conosciute dalle compagnie petrolifere al momento dell’avvio delle attività.

C’è poi un aspetto giuridico sottolineato con forza dal comitato degli avvocati per il Sì che fanno riferimento a una recente sentenza del Tribunale Permanente dei Popoli tratta del fondamentale ruolo dei cittadini come primi custodi del territorio nel quale abitano. “Solo i cittadini possono, attraverso strumenti di democrazia diretta, svolgere l’importante ruolo di custodi del proprio territorio”, si legge nell’appello sottoscritto da centinaia di avvocati italiani in poche settimane. “Come cittadini dobbiamo, anche controllare l’applicazione dei nostri valori costituzionali che vedono la tutela del territorio e del paesaggio (Art. 9) e quella della salute, (32 e segg.) sovraordinate ai rapporti economici contemplati dagli art. 35 e segg. della Costituzione”, spiegano gli avvocati.

Di tutt’altro avviso sono i sostenitori del fronte astensionista che temono la perdita di investimenti, presenti e futuri, in aggiunta agli oneri derivanti da possibili contenziosi tra le aziende e lo Stato e l’impossibilità di una qualsiasi riconversione energetica degli impianti. I timori riguardano anche la tenuta occupazionale che coinvolge sia le piattaforme sia l’indotto. Secondo il presidente del comitato, Gianfranco Borghini, “in caso di vittoria del sì il danno maggiore avverrebbe entro il 2018 (con ben 21 piattaforme chiuse), e prima che sia possibile una qualsiasi riconversione energetica: questo si traduce inesorabilmente in perdita di posti di lavoro, chiusura di aziende altamente tecnologiche e danno per il sistema di approvvigionamento del paese”. Sulla possibilità di incidenti, i fautori del no si affidano alle statistiche e al numero esiguo di eventi registrati in Italia dal 1950 in poi: circa tre, di cui uno a mare. Inoltre i rischi derivanti dall’importazione di greggio dall’estero, a causa della presenza di petroliere nei nostri mari comporterebbe un maggiore rischio di incidenti. C’è poi il tema dell’indipendenza energetica: la possibilità di sfruttare fonti nostrane consentirebbe di spendere meno e di proteggere l’economia nazionale dall’andamento altalenante del prezzo del petrolio legato al quadro geopolitico internazionale. Il presidente Borghini, intervistato dal mensile S, nega inoltre che la quantità di petrolio estratta nel nostro Paese sia irrisoria rispetto ai consumi nazionali. “Si tratta di un luogo comune: l’80% di quanto viene estratto nel nostro Paese è gas, risorsa di ottima qualità così come il nostro greggio. Il nostro sottosuolo è ricco di riserve che potrebbero soddisfare per decine di anni più del 20% del fabbisogno nazionale. Considerando inoltre l’attuale livello e mix di produzione, la disponibilità di riserve di gas e petrolio certificate, equivalgono a 50 anni di attività produttiva”, argomenta il presidente di “Ottimisti e Razionali”.

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