"Riina voleva ammazzare Giuliani" | Trattativa Stato-mafia, le rivelazioni - Live Sicilia

“Riina voleva ammazzare Giuliani” | Trattativa Stato-mafia, le rivelazioni

Non c'è solo il piando morte ai danni dell'ex sindaco di New York nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Rosario Naimo e Fabio Tranchina. Parlano anche del presunto patto fra boss e pezzi delle Istituzioni e degli "impegni presi" da coloro che facevano le leggi.

PARLANO I PENTITI
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PALERMO – Negli anni Ottanta la mafia siciliana voleva ammazzare l’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani. La rivelazione arriva dal pentito Rosario Naimo. Che dà un nome e cognome al mandante del piano di morte: Totò Riina. Dietro il capomafia corleonese, però, c’erano altri personaggi misteriosi. “Così loro vogliono”, avrebbe detto Riina facendo riferimento a dei registi occulti.

Le rivelazione del pentito, che partì da San Lorenzo per fare carriera criminale negli States, sono state depositate al processo sulla trattativa Stato-Mafia. I pubblici ministeri Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia chiedono di sentire il collaboratore come teste al dibattimento. E non è l’unico: anche Fabio Tranchina, anche lui pentito, ha fatto rivelazioni sul presunto patto scellerato fra i boss e pezzi delle istituzioni.

Il 15 febbraio scorso Naimo è stato sentito dai magistrati palermitani a cui ha raccontato di avere ricevuto la visita di Benedetto Villico, mafioso di Passo di Rigano, che gli portò l’ambasciata di Angelo La Barbera. La Barbera, altro nome storico della mafia di quegli anni, aveva un ordine di Riina da fare pervenire ai Gambino, potenti raìs della mafia statunitense: voleva ammazzare Giuliani, allora procuratore federale del South District di New York. Naimo mette a verbale le sue perplessità di allora. Gli americani non avrebbero gradito che si organizzasse un gesto così eclatante in casa loro. Perplessità che Naimo riferisce di avere manifestato, faccia a faccia, a Riina durante un suo viaggio in Sicilia. Ed allora il capo dei capi avrebbe pronunciato la frase: “Così loro vogliono”. Dal padrino corleonese Naimo dice di avere saputo pure il perché della condanna a morte di Giuliani: bisognava isolare Giovanni Falcone che in Giuliani aveva trovato un alleato per contrastare i contatti fra la mafia siciliana e quella americana. Da procuratore, infatti, l’uomo che sarebbe poi diventato sindaco di New York si era contraddistinto nella lotta al narcotraffico durante gli anni della Pizza Connection, quando lungo l’asse Palermo-New York scorrevano fiumi di droga.

Naimo parla anche della Trattativa, tirando in ballo Antonino Cinà, il boss e medico di Riina e Provenzano che, secondo l’accusa, avrebbe consegnato a Vito Ciancimino il papello con le richieste della mafia per fare cessare la stagione delle stragi. Naimo colloca un suo colloquio con Cinà a cavallo degli eccidi di Capaci e via D’Amelio. Cinà gli avrebbe confidato la sua intenzione di lasciare la Sicilia. Il peso delle responsabilità che aveva addosso era diventato insopportabile. Era il peso, così avrebbe detto, di tenere i contatti per conto della mafia con alcuni esponenti politici. A quel punto Riina avrebbe affidato a Naimo il compito di fare desistere Cinà dai suoi piani di fuga perché “i contatti politici dipendevano da lui (Cinà ndr), se si brucia siamo rovinati”.

Infine Naimo riferisce di un incontro, avvenuto nel Natale del 1992, con Salvatore Biondino e Salvatore Biondo, detto il corto, dai quali avrebbe saputo che “aspettavano qualcosa che avrebbe cambiato la situazione dei detenuti”. Proprio l’abolizione del regime del carcere duro, il 41 bis, sarebbe stato fra i punti delle richieste della mafia per disinnescare le bombe.

Anche Fabio Tranchina, mafioso di Brancaccio e fedelissimo dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, di recente ha ricostruito alcune vicende che si inseriscono nella oscura stagione della Trattativa. Ricorda di avere accompagnato, il giorno dell’arresto di Riina, Giuseppe Graviano nella zona di via Ugo La Malfa. Il boss aveva un appuntamento con il padrino corleonese a cui doveva dare del denaro. Dopo l’arresto del capo dei capi, Graviano avrebbe confidato a Tranchina che poteva scoppiare “una guerra di mafia”, aggiungendo una frase ritenuta decisiva dai magistrati: “Ci sono degli impegni presi e li dobbiamo portare avanti, le leggi le facciamo noi, abbiamo garanzie e rassicurazioni, o fanno quello che vogliamo noi o gli rompiamo le corna”. Chi erano coloro che rischiavano di subire la punizione di Cosa nostra se non avessero prestato fede ai patti? Forse quei pezzi delle istituzioni che hanno trattato con la mafia?


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