PALERMO– Rita Borsellino è uguale a se stessa, nell’occasione del suo ultimo passaggio terrestre, colmo di affetto, dolcezza e lacrime che appartengono all’amore. Il corpo, composto nella camera ardente, lascia intravvedere gli spiragli del male. Gli occhi intensi che reclamavano attenzione, con mitezza, senza arroganza, non si scorgono più, chiusi come sono da due fessure.
Rita è Rita, è lei, per l’abbraccio di chi è venuto a salutarla, incurante dell’estate, delle ferie e della settimana di Ferragosto. Una devozione che offre già una misura della semplicità amabile e preziosa di cui Rita era titolare, come i suoi ragazzi che tanto le somigliano.
Mattinata calda, con poche ombre. Ognuno la affronta come può. Il codice delle istituzioni – nel variegato panorama dei partecipanti alla piccola veglia – prevede la giacca che si appiccica alla pelle; altri si concedono magliettina e infradito, sottratte al mare. Qui c’è la città migliore, che non ha dimenticato né i suoi sogni, né i suoi morti, che si sente convocata da una bellezza trascorsa, se non debellata: quando si poteva sperare.
La città nascosta, intanto, chiacchiera, tra i bar virtuali e social. In fondo chi era ‘sta Rita Borsellino? Una che perdeva le elezioni, e se non avesse avuto quel cognome illustre… Giusto la farmacista poteva fare. E quanto Rita avrebbe voluto rimanere, calma e serena, davvero, all’esclusivo riparo del presidio di una farmacia. Quanto avrebbe desiderato non restare coinvolta in una detonazione che non ha mai smesso di riecheggiare. Entri ed esci allo stesso orario, con la stessa vita, con la stessa santificata banalità. Non le fu concesso.
Questo la città nascosta non lo sa, non lo immagina. Perciò, almanacca sui presunti effetti di un cognome venerato, fingendo di ignorare che Rita era Rita, con i suoi occhi intensi, con il suo cuore pulito. E che le avremmo voluto bene pure chiedendole l’aspirina, sotto una quieta insegna, in un’esistenza non travolta da quel memorabile diciannove luglio.
Rita è Rita. Gli altri suoi ragazzi lo testimoniano con i silenzi, con i gesti, con le parole. Mariangela non ha mai cessato di piangere. Giovanni pare uno che abbia visto un ponte spezzarsi. E c’è Nino Vullo, l’autista coraggioso di Borsellino, scampato alla strage. E c’è Giovanni Paparcuri che ebbe il corpo martoriato in via Pipitone Federico con Rocco Chinnici e che collaborò, lealmente, a stretto contatto con i dottori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
E ti viene da pensare al giudice Paolo Borsellino, col suo sorriso un po’ innocente e lo rivedi sul volto di sua sorella. E cogli la somiglianza delle anime, nella variabilità dei lineamenti. Ecco, almeno, una separazione ‘normale’ per una famiglia che ha sofferto l’indicibile. Eppure, azzanna in profondità.
Ha inizio l’ora del ritorno. Palermo rientra a casa e più tardi andrà al mare, rimpiangendo e amando, qui, altrove sfregiando. Ma sempre con l’incertezza di non avere apprezzato, né difeso il tesoro che possedeva. Resta un po’ d’ombra sotto gli alberi a cullare Rita, di là nella camera ardente. Rita che era gentile e buona con tutti, senza rinunciare alla necessaria forza delle posizioni. Rita che sarà sempre Rita, anche se ha gli occhi chiusi.

