SIRACUSA – Cento milioni stanziati dalla Regione nel 2012 e non spesi; uno studio per “ricaricare le falde” di acqua a basso contenuto salino, di cui si vedranno i frutti tra almeno 4 anni. Tanta consapevolezza e scarse azioni di contrasto. Il fenomeno della salinizzazione dell’acqua nel Siracuano, riportato all’attenzione martedì sera da un servizio di Striscia la notizia, è noto almeno quanto è grave. Nel 2012 l’Enea (Ente nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente) dopo uno studio specifico condotto sul territorio dal 2007, dichiarò Siracusa tra le aree a maggiore rischio in Italia.
Tra le origini del fenomeno l’Enea indicava “l’uso antropico irresponsabile dell’acqua di falda (soprattutto l’uso industriale nella parte Nord della provincia)”. Un’acqua sempre più salata, inoltre, utilizzata per le irrigazioni dei campi, favorisce la desertificazione del suolo che a sua volta è causa di ulteriore salinizzazione dell’acqua. “Un circolo vizioso in stato avanzato”, denunciò Enea. E allo stesso tempo avvertì il dipartimento regionale Agricoltura: “Occorre realizzare opere di stoccaggio”. Due anni fa l’allora dirigente dell’assessorato regionale, Dario Cartabellotta, ammetteva il mancato utilizzo di somme (100 milioni) stanziate per queste opere. Oggi l’allarme è tornato a suonare: al dipartimento Acque e rifiuti della Regione è arrivato un piano dal ministero dell’Ambiente per contrastare il fenomeno dell’acqua salata a Siracusa.
È partito un tavolo di confronto con il Comune a gennaio: l’ente dovrà individuare risorse d’acqua (naturali e bacini artificiali) affinché la Regione (con fondi europei) possa realizzare “la ricarica delle falde”. Lo spiegano Antonino Granata e Luigi Pasotti, dirigente e funzionario del servizio Osservatorio acque del dipartimento regionale Acqua e rifiuti. “Contrastare l’intrusione salina – descrivono l’obiettivo– reimmettendo nella falda acqua con basso contenuto salino”. Anche per loro l’eccesso di sfruttamento della falda, data la presenza di un importante polo industriale che utilizza l’acqua per il raffreddamento degli impianti, “ha favorito le infiltrazioni dal mare”. Due le ipotesi per reimmettere in falda acqua non salata: l’antico acquedotto Galermi, opera greca del 480 a.c., che oggi però paga un deficit di manutenzione proprio della Regione. E poi l’invaso di Lentini: in questo caso saranno necessarie opere di collegamento. “Tutto realizzabile non prima del 2020”, conclude Antonino Granata. “Nel frattempo – aggiunge Pasotti – sarebbe necessario ridurre al minimo l’utilizzo dell’acqua di falda. Magari limitando qualche concessione di utilizzo alle aziende dell’area industriale”.

