Il nostro focus sui giovani. Scrive Roberta Amato, autrice e attrice catanese.
La crisi è un fatto. È con noi, in noi, una di famiglia, seduta al tavolo col suo posto ben apparecchiato. Un’ombra oscura, pesante, che ci portiamo come un macigno sulle spalle, pensiero fisso che ha preso dimora nella nostra testa,compagna, coinquilina, cattiva consigliera, amministratrice di condominio delle stanze del nostro involucro terreno, il diavoletto dei cartoni animati che, puf, spunta sulla nostra spalla, quel diavoletto rimasto solo, senza contraddittorio, perché l’altro, l’angioletto azzurro, la parte sana di te, ha battuto in ritirata, stanca, troppo stanca, arresa.
Crisi a tutte le ore, in tutte le salse, in ogni ambito e contesto, crisi energetica, mondiale, nucleare, politica, esistenziale, relazionale, lavorativa, economica, familiare, comportamentale, culturale. Quella sgradevole sensazione di Apocalisse in arrivo, quella paura che nulla si stia salvando, che nulla ci stia salvando.
Cosa c’è da salvare?
Nulla, neppure l’arte, quella cosa che viene sempre messa in mezzo quando c’è qualcuno o qualcosa da salvare. Quella toppa, quella pezza vecchia e tarlata, che di tanto in tanto qualcuno invoca, quando tutto sembra perduto, quel concetto vecchio, stantìo, naftalinico, invecchiato male, dell’arte cura del mondo che di tanto in tanto qualcuno invoca quando tutto sembra perduto.
Quel concetto che è il primo da sacrificare sull’altare del superfluo, del futile e del marginale, quella bellezza che salverà il Mondo, a patto che non sia esso stesso a farla fuori. Va da sé che la cultura non è un organo autonomo, un’entità che si autoproduce per partogenesi, non vive solo di vecchi albori e ha bisogno costantemente di essere nutrita, elaborata, divulgata e protetta, non è una cosa messa lì, ferma, pianta spontanea a autocosciente, è un organismo di uomini e donne che ne hanno fatto un lavoro, un lavoro serio, un mestiere, una scelta di vita.
La cultura non è hobby
La cultura non è hobby. Abbiamo un problema, anche lì, anche in questo comparto che per molti è periferia nel percorso di vita di ogni uomo, la crisi è arrivata anche lì, quell’esercito salvifico di martiri armati di libri che dovrebbe, a convenienza, curare il mondo, è stanco, in crisi, appunto.
Questo è un bug del sistema,un incidente, una cosa che è andata storta, che non si sa più raddrizzare, che non doveva succedere ed è successa. L’ ultima edizione dei David di Donatello diventa così una cartina tornasole di qualcosa che scricchiola, vacilla, fatica, perfino lì, nello scintillante, ma ormai mica tanto, comparto cinematografico italiano, che soffre, sì, e ce lo conferma Matilde De Angelis, che squarcia il velo di lustrini e paiettes degli Oscar all’Italiana e taglia in due quell’ atmosfera dolciastra e plasticosa del “volemose bene” nostrano per dirlo chiaro e forte,signori, abbiamo un problema. Un cinema onesto,pulito , limpido, sociale. Un atto d’amore.
Queste le parole dell’ attrice, quarantadue secondi accorati, commossi, quasi rotti dal pianto. Mancano soldi, al solito, i maledettissimi soldi, e quando ci sono, sempre troppo pochi, vengono elargiti a progetti dallo scarsissimo valore a discapito di altri sicuramente più utili all’arricchimento culturale del Paese.
I ricchi piangono. I poveri?
Anche i ricchi piangono, quindi, e i poveri che fanno? Piangono il doppio. I dati che emergono dalle ultime statistiche sui lavoratori dello spettacolo sono drammatiche. Perché non ci sono solo gli attori del grande schermo, ci sono pure quelli del settore teatrale, quelli che non hanno vetrine così grandi e tirate a lucido per gridare tutto il loro disappunto.
Chi qualche anno fa ha scelto la strada dello spettacolo dal vivo mosso dal famoso fuoco sacro del palcoscenico ora si trova scottato, per assurdo,da quello stesso fuoco. Il mestiere più bello del mondo, dicono gli attori seduti sulla poltrona di Marzullo, a Sottovoce, sorridenti e splendidi con le foto dei loro trionfi artistici proiettate sul grande megaschermo, il mestiere più bello del mondo, quel mantra che ci ripetiamo da sempre, a denti stretti tra un ghigno forzato e un pianto soffocato, quel mestiere che è diventato il nostro più grande incubo.
Ed eccoci lì, davanti a una Peroni corredata da patatine ammollate e olive avvizzite, unico lusso concesso, unico lusso compatibile con le nostre tasche,noi, lavoratori dello spettacolo, gli occhi spenti, l’umore basso, seduti, sprofondati sulla sedia di un baretto di Catania centro, rimuginando sul da farsi. Cosa fare, dove andare,da dove ricominciare, con chi, in quale spazio, cu quali soddi?
I nostri progetti che fine hanno fatto, i nostri sogni con al centro il teatro, quello onesto, le storie che volevamo raccontare, quelle storie che ritenevamo giuste, quel teatro che deve lasciare qualcosa al pubblico, uno spunto su cui riflettere, che fine ha fatto, quel teatro che doveva rinnovare il rito della kàtharsis, della purificazione tanto cara ai greci dove possiamo farlo, quando possiamo farlo, in quale spazio, cu quali soddi?
Siamo lì, davanti a una Peroni, patatine ammollate e olive avvizzite, gobbi sotto il peso delle nostre preoccupazioni terrene, le bollette, la multa, la Tari, il dentista, l’affitto, il meccanico, la visita medica, la prima delle cose a cui rinunceremo, sperando di stare bene, di andare avanti anche senza, magari il prossimo mese, vediamo, sperando di guarire, così, con un po’ di fortuna, di non moriri prima.
Quella goccia fredda di terrore che scende giù dalle tempie, il rimpianto, quell’università lasciata, quel posto al supermercato, quell’offerta di lavoro vantaggiosa che non torna più, quell’ opportunità non colta a favore di una replica, figlia unica, a minima sindacale, per amore del teatro, del lavoro che hai scelto, contro tutto e contro tutti, che hai scelto nonostante tuo padre te l’avesse detto, e pure tua madre, e pure il tuo maestro di accademia, te l’avevano detto che era strada ca non spunta, e tu lì in direzione ostinata e contraria, con quaranta gradi, nel tornado, nel deserto della città infuocata, nella tempesta, stanca, afflitta, con cinquanta centesimi in tasca, sola, lasciata dallo zito, dopo aver fatto la mascotte di Hello Kitty alla sagra della ficurinia mussuta per sostenerti, di notte, all’ alba, trafitta, dolorante, spaccata in due, nel lutto, malpagata, non pagata, pagata in visibilità, tu eri lì, sulla strada che ti portava a teatro.
Ma non vuoi altro
Quel bivio, se avessi scelto così e non così ora cosa sarei, dove sarei, sarei felice? La risposta che già sai. No. Non vuoi altro, vuoi vivere del tuo lavoro, in maniera dignitosa, tutto il resto è ripiego, sopravvivenza, lento morire, accontentarsi, soffocare, fare spallucce, ingannarsi, trascinarsi. Amor omnia vincit, dicono, può solo un amore incondizionato per un mestiere salvare capre e cavoli? No, non può, perché la vocazione non può spazzare via la grande depressione che in questo momento storico affligge gli artisti italiani, che si ritrovano fragili e demotivati come denunciano i dati Inps del 2024 che ci restituiscono un quadro drammatico e come ribadisce un recente approfondimento di Ornella Rosato su Theatron 2.0 che mette in correlazione il disagio di tipo economico e quello di tipo sanitario a cui vanno incontro gli operatori culturali italiani.
Burnout, insonnia, ansia e difficoltà a immaginare il futuro, questa è la preoccupante sintomatologia che affligge chi lavora nel settore. Salvate il soldato teatrante. Salvate gli uomini e le donne ormai incapaci di produrre, di sognare, di progettare, ingobbiti sotto il peso delle difficoltà, incapaci di alzare lo sguardo verso il cielo, incapaci di raccontare la bellezza e pure la bruttezza, se necessaria, incapaci di occuparsi delle cose alte perché troppo occupati a occuparsi di quelle avvilenti e svilenti legate alla sopravvivenza. Salvate questi uccellini ‘nda jaggia ca non cantanu chiù pp’ amuri, ma ppi raggia. Questi esseri umani che hanno perso estro, vocazione, fantasia, coraggio, tenacia, genio, mordente , capacità di gioire, che hanno ormai dimenticato i meravigliosi e sfravillanti ideali di gioventù.
Gente che pensa di aver perso e non vuole più lottare, ormai disillusa, tradita da venti di cambiamento che soffiano in direzione contraria, ferita dalle rassicurazioni di tutele che tardano ad arrivare, da consorzi poco umani che promettono e non mantengono. Guardateli. Curateli. Salvateli. Ascoltateli. Sono stanchi, così ridotti non possono essere di aiuto a nessuno.
Che il Paese si salvi da solo, nell’ attesa. Si salvi chi può.

