PALERMO – “Sono davanti a un mare splendido. Come si può non amare questa città?”. Il mare è a un passo da Agrigento, ma l’accento è veneto. Marco Marcolin da due giorni è nel capoluogo siciliano dove ha avviato la sua corsa verso la poltrona di sindaco. Proprio lì, nel feudo di Angelino Alfano, ministro siciliano di centrodestra (per quanto nuovo), alleato del centrosinistra (per quanto renziano) e impegnato, in questi giorni, nel compito di fermare l’emorragia nel suo Ncd, dopo il colossale flop nella partita per il Quirinale.
Tra due giorni a Palermo, arriverà anche il leader Matteo Salvini. Che ha mandato avanti, nel capoluogo giurgintano, il deputato leghista. Una minaccia incombente per il ministro che ha già subito un duro colpo in occasione dell’elezione del Capo dello Stato. E che rischia di perdere clamorosamente in casa, in vista delle elezioni della prossima primavera. Una sconfitta che potrebbe segnare una svolta (verso il baratro) per il Nuovo centrodestra e che tanti addetti ai lavori già pronosticano. “Vincerà lui” dicono i sondaggi e le voci per le strade di Agrigento. Lui, cioè Marco Marcolin, nato nel Trevigiano, dice di essere stato “accolto stupendamente dai siciliani”. Un “benvenuto al Sud” che ricorda una fortunata serie di commedie francesi “riprodotte” con successo in Italia. “Sono rimasto affascinato da questa città – spiega – e quello che qualche mese fa appariva quasi come uno scherzo, una provocazione, oggi è una sfida, un impegno serio: voglio diventare il nuovo sindaco di Agrigento, voglio fare rinascere questa città”. Una città travolta prima dalle dimissioni del sindaco Marco Zambuto, poi dagli scandali delle commissioni-fantasma, che hanno sollevato l’ira degli agrigentini. Ma quella è pur sempre la città di Angelino. Che invece vedrebbe bene alla guida del Comune attualmente commissariato, il deputato regionale dell’Udc Lillo Firetto, attualmente sindaco di Porto Empedocle, a un passo dal capoluogo.
A scombinare i piani dei moderati (piani assai confusi altrove, a dire il vero, visto che Ncd e Udc alla Regione sono divisi: i primi all’opposizione, i secondi al governo) ecco il leghista che non ha mai, racconta, “trovato tanto calore, tanto affetto. Qui mi cercano, mi chiamano, mi coccolano. Ma io non sono un Messia, né un professorone. Sono una persona normale”. Eppure, ecco che la sua candidatura si fa sempre più strada, e tra la gente, prima ancora che nei sondaggi, sembra consolidarsi il paradosso: il polentone che vince nel Sud del Sud. A casa del ministro. “Forse – dice Marcolin – i politici di qui dovrebbero farsi qualche domanda. In tanti e penso all’ex presidente della Regione Cuffaro, passando per i vari deputati regionali e nazionali fino appunto al ministro Alfano, evidentemente non sono stati capaci di ascoltare la gente. Se gli agrigentini avessero avuto una classe politica di eccellenza, insomma, non avrebbero reagito con questo entusiasmo al mio arrivo”. Un entusiasmo sorprendente, sotto molti aspetti. Un leghista al Sud, fino a poco tempo fa sembrava aglio per un vampiro: “C’è ovviamente – ammette Marcolin – chi mi respinge per la solita storia dei terroni e dei polentoni. Ma credo che ormai siano concetti superati. Dobbiamo guardare avanti. Il mondo va avanti. Nel frattempo è caduto il Muro di Berlino, gli Stati uniti hanno fatto pace con Cuba…”. Guardare avanti, al di là delle tradizioni politiche: “Quella che noi proponiamo – spiega infatti Marcolin – è un’idea di appartenenza. Noi ci battiamo per il riconoscimento dei popoli, dei territori. Io sono veneto e sono orgoglioso di essere veneto. Voglio che gli agrigentini possano essere fieri di essere agrigentini. E la politica, finora, ha solo sfruttato e usato questa terra per il proprio tornaconto personale”.
Una terra-“bancomat”. In grado di sfornare voti, ma soprattutto di assicurare poltrone. Buona per garantire le prestigiose posizioni del ministro agrigentino e dei politici della zona. Questa la scenografia dipinta dal coordinatore regionale del movimento “Noi con Salvini”, l’ex lombardiano Angelo Attaguile: “Gli agrigentini – spiega – ormai odiano i politici del luogo che hanno solo sfruttato gli elettori e non hanno mantenuto le promesse. I cittadini di Agrigento vogliono persone che tengano fede agli impegni, al di là degli interessi di bottega”. E al di là dei partiti tradizionali e dei nomi che finora hanno raccolto il consenso: “Angelino Alfano – dice Attaguile – è il responsabile di Mare Nostrum (il programma col quale l’Italia fronteggia l’immigrazione clandestina, ndr) e dell’impennata dell’immigrazione ad Agrigento. Un fenomeno vissuto sulla pelle degli agrigentini e di quella povera gente su cui in tanti stanno speculando, non senza ombre”.
Quella “povera gente” che arriva da quel mare “bellissimo”, per Marco Marcolin, da Montebelluna. Un leghista ad Agrigento. Una mina nel cuore del potere di Angelino Alfano. Di quel nuovo centrodestra spaesato a Roma, e che spera ancora nel granaio siciliano. Un partito che ha registrato, dopo il titubante sì a Mattarella (e il contestuale signorsì a Renzi), un chiaro scollamento tra i deputati e il “capo”. Gli addi del capogruppo al Senato Maurizio Sacconi e della portavoce Barbara Saltamartini, il malcontento di altri big come Nunzia De Girolamo, Gaetano Quagliariello e Fabrizio Cicchitto fanno già pensare a un cammino segnato: quello percorso, ad esempio, da Scelta civica. Su cui qualcuno, dopo i recenti addii ha ironizzato: quel partito si è sciolto, la formazione politica è diventata “Sciolta civica”. Un processo di liquefazione, ecco l’inquietante precedente, avviato in parlamento dal capogruppo al Senato, Gianluca Susta, con la transumanza verso il Pd.
Ma il pericolo più grosso, per Alfano, adesso è dentro casa. Una sconfitta lì, metterebbe ulteriormente in crisi la posizione del leader, già molto provata dall’insistenza con la quale i compagni di avventura gli chiedono di mollare finalmente la poltrona di ministro per dedicarsi all’organizzazione del partito. Certificherebbe, insomma, l’inizio della fine. E costringerebbe i quattordici parlamentari nazionali e la manciata di parlamentari regionali a interrogarsi sul proprio futuro. A chiedersi, insomma, come abbiano potuto perdere in casa, nel Sud del Sud, persino contro un leghista.

