Cimici anche al carcere di Bicocca per far luce sul delitto di Turi Leanza. Ascoltato l'investigatore chiave.
CATANIA – Salvatore Leanza aveva riunito i suoi fidati per far tornare in auge a Paternò il nome degli Alleruzzo. E quindi dei Santapaola. Una mossa che non sarebbe piaciuta al clan contrapposto dei Morabito-Rapisarda che avrebbe deciso di eliminare il boss rivale. Leanza muore crivellato di pallottole a giugno del 2014. I carabinieri dopo l’omicidio di Turi Padedda (così era conosciuto nella malavita) hanno immediatamente puntato l’attenzione su Salvatore Rapisarda, storico vertice della cupola dei Laudani di Paternò. Intercettazioni e pressanti indagini hanno permesso in pochi mesi di fermare una cruenta guerra di mafia. Il blitz En Plein porta in carcere i massimi esponenti dei due gruppi della criminalità paternese pronti ad armarsi e uccidere. Solo per caso non viene ammazzato Antonino Giamblanco, che riesce a sfuggire all’agguato programmato in contrada Tiritì a Motta Sant’Anastasia.
E’ entrato nel vivo il processo ordinario che vede alla sbarra Vincenzo Morabito (Enzo Lima), Salvatore Rapisarda (detto Turi U Porcu – Panzuni), il figlio Vincenzo Salvatore Rapisarda (Alias Scrusci Scrusci), Alessandro Giuseppe Farina e Giuseppe Parenti. Nella retata furono arrestati in 16: il resto degli imputati è stato processato con il rito ordinario che si è concluso con una serie di condanne. E’ già in corso l’appello, la prossima udienza è prevista proprio domani.
Davanti alla Corte d’Assise di Catania è stato esaminato il maggiore Adolfo Angelosanto, all’epoca comandante del nucleo investigativo dei Carabinieri di Catania, che ha coordinato l’intera inchiesta. Angelosanto, rispondendo alle domande della pm della Dda Antonella Barrera, ha sviscerato i passi salienti della delicata indagine che ha portato le cimici anche all’interno del carcere di Bicocca.
Salvatore Leanza è stato freddato il 27 giugno 2014 con tre pistole: una calibro 7,65, una 9 e una 38. Il nome e il peso criminale della vittima fanno scattare una serie di intercettazioni. Orecchie puntate anche su Salvatore Rapisarda,
fratello di quell’Alfio Rapisarda ucciso nel 1982. Turi U Porcu finisce in cella per scontare un residuo di pena poco dopo l’assassinio di Salvatore Leanza. Durante un colloquio con il figlio Vincenzo Salvatore (anche lui imputato) sarebbe partito l’ordine di ammazzare Giamblanco, uomo fidatissimo del boss degli Alleruzzo. Le microspie dei carabinieri (coadiuvati dalla polizia penitenziaria) registrano l’incontro del 29 luglio 2014. Per i carabinieri il boss ha dato al figlio il benestare per uccidere. Proprio il giorno dopo a bordo di una Fiat Uno c’è un commando armato pronto a eliminare Giamblanco, che però riesce a fuggire. I carabinieri trovano l’auto abbandonata e diversi bossoli sull’asfalto. Le pallottole sono quelle di un mitra, un M12 con silenziatore, sequestrato dopo a Francesco Peci (condannato a 13 anni in primo grado dal Gup Giuliana Sammartino). Ma non sono gli unici sequestri di armi eseguiti dai carabinieri in quei mesi “caldi” a Paternò. I carabinieri riescono a localizzare anche l’arsenale degli Alleruzzo, nascosto nell’ovile di proprietà di Giuseppe Tilleni Scaglione, in Contrada Porrazzo a Paternò.
A dare un’accelerazione all’inchiesta le rivelazioni di Franco Musumarra, detto Cioccolata, che ha deciso di fare il salto del fosso e si è accusato di far parte del gruppo di fuoco dei Morabito-Rapisarda. Il collaboratore di giustizia ha svelato gli inquietanti momenti dell’omicidio di Turi Leanza.
Sarebbe stato lui stesso a sparare il colpo fatale in testa. Nella prossima udienza si svolgerà il controesame del maggiore Angelosanto, che risponderà alle domande dei difensori.