Saro che nessuno vuole | Ma che tutti si tengono

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I partiti siciliani rassicurano Crocetta: si va avanti. Malgrado l'insofferenza di Roma e dei renziani. Ma chi oggi mantiene in vita i suoi governi ha già dato prova di non amarlo più di quanti vogliono mandarlo a casa.

PALERMO – Lo stato del pantano della politica regionale siciliana oggi è finalmente abbastanza chiaro. Il summit di ieri tra Pd e Udc e Rosario Crocetta e le dichiarazioni ai giornalisti di quest’ultimo fotografano bene il quadro. La maggioranza è divisa in due. Da una parte ci sono coloro che ritengono Crocetta inadeguato a guidare la Sicilia e tornano a spingere per la fine anticipata della legislatura e per il voto. Dall’altro ci sono quelli che lo ritengono altrettanto inadeguato e spingono per andare avanti e portare a termine la legislatura, salvando il posto dei deputati e altri ammennicoli. E sia chiaro, non c’è esercizio di dietrologia in questa analisi, che è semplicemente figlia della disamina di quanto è accaduto e sta accadendo nei rapporti tra il governatore e la sua maggioranza in questa legislatura.

Si va avanti. Fausto Raciti, segretario del Pd, ha rassicurato il governatore. Che aveva annusato una brutta aria per gli accostamenti a Ignazio Marino che tornano in auge negli ambienti più vicini al premier. I rapporti con Roma procedono ormai a suon di impugnative e commissariamenti, ma il governatore ieri ha assicurato ai giornalisti che con la Capitale va tutto bene. Normale dialettica politica, dice Crocetta, rasserenato dal summit con gli alleati. Che, dopo essere stati per lungo tempo più che critici verso il governatore, oggi che Saro è sceso a più miti consigli, ne garantiscono la sopravvivenza politica. E con la sua quella dei novanta dell’Ars, che a casa proprio non ci vogliono andare.

Eppure, che il giudizio su Crocetta di quanti oggi fanno scudo al suo governo non sia dissimile da quello di quanti lo vorrebbero licenziare non è un segreto. Basta scorrere le collezioni dei giornali, o già che siamo su Internet, cercare un po’ su Google, per ricordarsi qual è stato, a varie riprese, il giudizio impietoso dei Raciti, dei D’Alia, dei Cracolici sul governatore e sulla sua esperienza di governo. Basterebbe ricordare le dichiarazioni dell’attuale capogruppo del Pd sul circo Barnum dell’antimafia o sul governo dei camerieri, o gli strali del segretario sul cerchio magico o su quella “idea un po’ retorica e strumentale della lotta antimafia”. Per non parlare del lungo elenco di complimenti giunti negli anni all’indirizzo del governatore dai vertici dell’Udc (incluso l’ex segretario Pistorio che oggi siede con lui in giunta).

E per tagliare la testa al toro e avere la misura della gigantesca ipocrisia che oggi garantisce il prosieguo del claudicante cammino politico delle giunte delle porte girevoli di Rosario Crocetta basta tornare con la memoria a quel terribile 16 luglio. La mattina in cui sul sito de L’Espresso diede notizia della famosa intercettazione, poi smentita, gli inviti a togliere il disturbo fioccarono copiosi dal Pd. Molti – incluse le più alte cariche dello Stato – non sentirono la necessità di aspettare conferme (mai arrivate) per scagliare la propria pietra contro il governatore, battezzando se non vera almeno verosimile la notizia. Non attese il timbro degli inquirenti il vice di Renzi Lorenzo Guerini che parlò subito di “responsabilità politica” di Crocetta: “Chiarisca, anche se il tutto appare purtroppo abbastanza chiaro”, disse. Davide Faraone si affrettò a parlare di “inevitabili dimissioni di Crocetta”. Mariella Maggio, deputata Pd, tuonò che non si potevano tollerare “né le parole disgustose nei suoi confronti né i silenzi che sono emersi”. Persino Beppe Lumia, compagno di mille avventure e quasi governatore ombra commentò a caldo, dando un dispiacere all’amico: “Mi rifiuto di pensare che Crocetta lo abbia sentito e non abbia reagito con tutta la durezza di cui è capace. Il fatto, comunque, è così grave che non bisogna escludere nessuna decisione”.

Com’è noto tutto rientrò. Ma la vicenda fu emblematica per misurare la considerazione che il suo stesso partito ha del presidente della Regione. E contare quanto numeroso fosse il club di quanti non aspettavano altro per toglierselo dai piedi.

Oggi però il suo partito, o meglio il partito siciliano, punta ancora su di lui. In vista di un nuovo rimpasto che magari potrà accontentare le ambizioni di qualche deputato. E che, nei piani della maggioranza, dovrebbe permettere di tirare a campare fino a fine legislatura. Anche se ovviamente i partiti spiegano che oggi tutto è cambiato, che il cerchio magico non conta più niente, che la cabina di regia è collegiale e compagnia bella, e che tutto si fonda sulla consunta retorica della svolta, del cambio di passo, dell’accelerazione alle riforme. Quelle riforme che l’Ars, quando ci riesce, vota per poi vederle cadere una dopo l’altra sotto il tiro del consiglio dei ministri e delle sue impugnative.

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