CATANIA . A breve si aprirà un nuovo capitolo giudiziario della lunga e intricata vicenda processuale legata a Sebastiano Scuto, fondatore del colosso Aligrup. La Corte di Cassazione che a ottobre aveva annullato con rinvio la sentenza d’appello, (già frutto di un primo rinvio della Suprema Corte) con cui era stato condannato a otto anni per mafia l’imprenditore puntese, ha depositato le motivazioni. Oltre 20 pagine in cui si riassumono i vari step processuali del legame tra Scuto e la famiglia mafiosa dei Laudani e poi si snodano i punti dei ricorsi del Pg Rosa Miriam Cantone e dei difensori dell’imputato, gli avvocati e professori Giovanni Grasso e Franco Coppi. Sulla confisca e in particolare sul “quantum” (definito dalla Corte d’Appello in 15 milioni di euro del capitale Aligrup con la restituzione del patrimonio ai familiari) gli ermellini sono trancianti. Ma andiamo per ordine.
La Suprema Corte, intanto, cristallizza un fatto: “Può dirsi definitivamente accertato che Sebastiano Scuto, imprenditore nel settore della distribuzione alimentare, socio e amministratore di Aligrup Spa, da vittima del clan mafioso Laudani, con il passare del tempo, intorno all’anno 1987, era divenuto imprenditore colluso che contribuiva attivamente all’attività del sodalizio mafioso, riciclando e investendo gli illeciti profitti nell’organizzazione criminosa attraverso la realtà economica dell’Aligrup Spa e ricevendo in cambio protezione, finanziamenti e aiuti di varia natura”. La Suprema Corte inoltre aggiunge che: “nel caso in esame, con motivazione adeguata e non risolutamente confutata, è stato affermato che la Aligrup Spa, società nella quale sono confluite le attività imprenditoriali riconducibili allo Scuto e ai suoi familiari, è una impresa lecitamente costituita ed organizzata, risultando parzialmente inquinata da immissione di risorse di illecita provenienza della famiglia mafiosa dei Laudani”.
La Suprema Corte entra poi nel merito della decisione della Corte d’Appello relativa al “quantum” della confisca e dichiara “le censure dei ricorrenti fondate”. “La sentenza impugnata – si legge – giunge a conclusioni che all’evidenza appaiono apodittiche e per taluni aspetti illogiche e contraddittorie, in particolare la Corte di Appello non spiega le modalità di formazione di provviste fuori bilancio e delle loro gestione”, inoltre “si ravvisa una carenza di motivazione” sulla “specifica dimostrazione che parte delle quote azionarie dell’Aligrup fossero di pertinenza della cosca Laudani. E va infine rilevato che l’indicazione della somma di 15 milioni di euro come limite confiscabile si fonda sulle dichiarazione di Sturiale (collaboratore di giustizia) senza che siano individuate specifiche circostanze di fatto che costituiscano riscontro”.
La Corte ha dunque annullato con rinvio la sentenza al punto relativo all’individuazione del “quantum” confiscabile. Stesso dicasi per il punto della “prova della durata della permanenza della partecipazione dello Scuto all’organizzazione criminale”. La Suprema Corte detta anche delle direttive al nuovo collegio giudicante, che dovrà “riconsiderare gli elementi di fatto dimostrativi della persistenza della partecipazione da parte dell’imputata fino al settembre del 2009, procedendo ad una più esatta ricostruzione della vicenda relativa alla deposizione del Sapia (falsa testimonianza) riferita da Giuseppe Laudani, verificando inoltre se questa testimonianza sia stata oggetto di accordo collusivo tra l’imputato e il clan Laudani”.
I vari punti del ricorso sull’espansione palermitana e quindi il presunto “grande progetto” di Scuto con il supporto di Provenzano erano stati già rigettati dalla precedente sentenza della Cassazione (4 giugno 2014), che a questo punto diventa definitiva.

