La Sicilia, terra di luce e di contraddizioni, si ritrova ancora una volta ferita da un terremoto che non scuote solo le aule giudiziarie, ma le coscienze. L’inchiesta della Procura di Palermo, che coinvolge l’ex presidente Totò Cuffaro, accusato di reati gravi nella gestione di appalti pubblici, ci obbliga a guardare oltre la cronaca e ci interroga non soltanto sulle responsabilità penali, ma su una questione più ampia: quella del rapporto tra potere e povertà, tra istituzioni e destino degli ultimi.
Quando chi amministra i beni comuni tradisce la fiducia non ruba solo denaro: ruba speranza. In questo modo si sottrae dignità a chi vive ai margini, questo è un peccato sociale. É un’offesa al Vangelo della giustizia!
Penso ai più poveri. In Sicilia la povertà non è un fenomeno marginale ma è una condizione strutturale che riguarda milioni di persone. Secondo l’ISTAT oltre il 38% della popolazione vive a rischio esclusione sociale e il tasso di disoccupazione giovanile supera il 45%. In alcune province, più di un giovane su due è fuori da ogni percorso formativo o lavorativo.
Questi numeri non sono solo statistiche. Sono volti, storie, famiglie. Sono il segno di una società che rischia di perdere il senso della solidarietà. La legge regionale contro la povertà, costruita con la Comunità di Sant’Egidio e tante associazioni, è stata un tentativo concreto di rispondere a questa emergenza. Ha cercato di dare risposte sul piano alimentare, abitativo, relazionale. Ma ogni legge, per essere efficace, ha bisogno di essere protetta da trasparenza e controllo.
È necessario che il Governo regionale, l’Assessorato alla Famiglia, il Presidente Schifani e le opposizioni vigilino con attenzione. Ricordo con stima gli interventi dell’on. Nuccio Di Paola e del Presidente della Commissione Antimafia Antonello Cracolici. La loro voce è stata importante per garantire che i fondi pubblici non diventino terreno di clientele, favoritismi, sprechi.
L’inchiesta su Cuffaro non è solo un fatto giudiziario. È il simbolo di un sistema che, se confermato, ha tradito la sua missione. La povertà non può essere gestita come una leva di potere. Ogni euro destinato a chi vive ai margini deve essere trattato come un bene sacro. Ogni incarico pubblico deve essere affidato con criteri di giustizia, non di fedeltà.
La Sicilia ha bisogno di una svolta culturale. Non basta la condanna penale: serve una condanna morale, una presa di coscienza collettiva. I siciliani non devono attendere una sentenza per chiedere trasparenza, tracciabilità, pubblicazione degli appalti. È un dovere civico, prima ancora che politico.
La vera vittima di questo sistema è la generazione che cresce senza prospettive. I giovani siciliani si sentono stranieri nella loro terra. La corruzione li allontana, li spinge a emigrare, li priva di speranza. Eppure, la Chiesa – e con essa tante realtà civili – continua a cercarli, a costruire legami, a interrogarsi su come offrire loro opportunità e a comunicare che un’altra Sicilia è possibile.
Anche la sanità, spesso costretta a spingere i malati verso i “viaggi della speranza”, è un banco di prova. Non possiamo accettare che chi soffre debba anche emigrare per curarsi a causa del malaffare e della cattiva gestione di chi ha responsabilità di governo. È una doppia ingiustizia.
Ma io credo che ci sia spazio per rialzarsi. Perché la Sicilia è anche terra di bellezza, di generosità, di resistenza. Serve una svolta culturale, prima ancora che giudiziaria. Serve una politica che metta al centro la persona, non il tornaconto. Che scelga la giustizia sociale come bussola, e la dignità come orizzonte.
La povertà non è una condizione da gestire, piuttosto è una ferita da curare. Curarla è il compito di una società che vuole essere davvero umana.
L’autore è il presidente della Comunità di Sant’Egidio in Sicilia

