"Sono qui per Crocetta e D'Alia | Troppe persone inadeguate"

“Sono qui per Crocetta e D’Alia | Troppe persone inadeguate”

Sami Ben Abdelaali è l'uomo del giorno, fedelissimo del dittatore tunisino Ben Ali è approdato alla corte di Crocetta. Qui si racconta in un'ampia intervista e rivela chi sono i suoi sponsor.

PALERMO- L’appuntamento è nel centro di Palermo. Lì, Sami Ben Abdelaali gestisce un’agenzia di viaggi. Voli per il Nordafrica. Per il suo Paese, soprattutto. La Tunisia. Abito grigio, camicia chiara, cravatta viola. Gemelli ai polsi, ha i modi gentili delle persone acute e quelli concreti di chi “è stato abituato al rispetto della disciplina”. La disciplina, Sami, l’ha imparata nel Raggruppamento costituzionale democratico. Il partito che ha sostenuto la dittatura dura e sanguinaria di Ben Ali. Il suo telefono squilla in continuazione. L’uomo organizza. Risolve. Sistema. Tutto per conto della Regione siciliana, dove è inquadrato nell’ufficio di gabinetto dell’assessore all’Agricoltura Dario Cartabellotta.

Da Ben Ali a Crocetta. Come arriva alla Regione?
“Io comincerei dall’inizio. Vivo in Italia da oltre vent’anni. Sono stato per tutto questo periodo un dirigente del consolato generale tunisino. Posso dire con orgoglio che in questi anni, la metà delle imprese siciliane che hanno investito in Tunisia sono passate da me. Mi sento più siciliano dei siciliani. Del resto, il lavoro in consolato mi ha permesso di avere a che fare con tanti governi, tanti assessori, tante personalità. Qui conosco tutti”.

Ma in questi anni lei è stato anche membro di un partito che sosteneva il regime di un dittatore come Ben Ali.
“Sì è vero. Ero un senatore del partito che sosteneve Ben Ali, l’Rcd. E vorrei precisare che io sono stato eletto, non nominato. Il mio compito era quello di rappresentare i cittadini tunisini qui nel vostro Paese”.

Capisco. Ma era una dittatura, anche molto dura.
“Io non ho lavorato per un dittatore. Io ho lavorato per il mio Paese, la Tunisia”.

Ben Ali non era un dittatore?
“Guardi, io non voglio difendere nessuno. Sarà la giustizia a occuparsene. E chi ha colpe è giusto che paghi. Certo, vedo alcuni altissimi burocrati di quel governo che oggi sono i massimi dirigenti dei partiti con maggiore consenso in Tunisia. Bisogna andare cauti”.

Ma in Tunisia, nel 2011, è arrivata la Primavera. La democrazia. E il nuovo governo ha deciso di cacciarla dal consolato tunisino qui a Palermo.
“Lei dice bene. Il regime è stato abbattuto nel 2011, ma io vengo estromesso dal consolato nel giugno del 2012. Un anno e mezzo dopo. Evidentemente, il legame tra la Primavera araba e la mia ‘cacciata’ non c’è”.

E allora perché è stato messo alla porta, dopo vent’anni di lavoro lì?
“Arriva un giorno una comunicazione molto sintetica. Mi dicono che devo andare via. Ma quella decisione è stata presa da un mio ex compagno dell’Università, Touhami Abdoluli, che il quel momento era il segretario generale del ministero degli Esteri. Insomma, le motivazioni affondano a quegli anni di università e sono di natura personale. E io, comunque, non mi sono dato per vinto”.

Vale a dire?
“Ovviamente mi sono opposto a quella decisione. C’è una causa in corso. Ho chiesto anche 460 mila euro di risarcimento. La prossima udienza è prevista per il marzo del 2014. Sono certo che vincerò”.

Nel frattempo lei gestisce un’agenzia di viaggi. Si è anche sposato, ha messo su famiglia qui, nel frattempo?
“Sì, ho una moglie originaria di Monreale e due splendidi figli. Gliel’ho detto, ormai sono più siciliano dei siciliani”.

Ma torniamo al suo arrivo alla Regione. Chi la porta all’ufficio di gabinetto di Cartabellotta?
“Direi che io sono alla Regione grazie a due persone, che conosco da tantissimo tempo: il presidente Rosario Crocetta e il ministro Gianpiero D’Alia”.

Andiamo con ordine. Da quanto tempo conosce Crocetta?
“Ormai dal 1991. Siamo veri amici. Lui già allora era un simbolo della lotta per l’integrazione. Conduceva infatti, incisive battaglie per i diritti umani, anche per il popolo tunisino”.

Mi perdoni. Nel 1991 Crocetta era un impiegato dell’Eni, se non sbaglio. E poi, come fa lei a conciliare questo interesse per i diritti umani con la scelta di aderire poi a una dittatura come quella di Ben Ali?
“Lo sa come dice nel mio Paese? Quando cade una mucca, aumentano i coltelli. Fino alla sua caduta, Ben Ali era amico di tutti. Anche dell’Italia e della Sicilia. Poi, è diventato un simbolo del male. Ma vuole sapere qual è la verità?”.

Mi dica.
“Nel mondo arabo la democrazia non funziona. Ben Ali era certamente un uomo forte, che utilizzava anche la polizia per mettere ordine. Ma i metodi liberali, in quelle zone, non vanno bene”.

Lei accennava anche al ministro D’Alia.
“Sì, conosco anche lui da tanto tempo. Abbiamo lavorato insieme spesso sul tema della cooperazione. Se è stato più lui o Crocetta a volermi alla Regione, non le saprei rispondere”.

Una cosa è certa. Ha amici molto influenti.
“Dice bene. Amici. E con Rosario sono un amico a volte anche duro. Che gli rimprovera gli errori, glieli fa notare. A differenza di tanti yes man di cui si circonda. Questo è l’unico difetto che gli riconosco: non sa scegliere le persone da mettere attorno a sé. Per il resto, è un uomo splendido. Davvero un presidente ‘diverso’ dagli altri, che vuole fare della Sicilia un modello di libertà e legalità. Ma l’amicizia credo abbia influenzato fino a un certo punto il mio ingresso alla Regione. Se Crocetta si fosse basato su quella, a quest’ora sarei un assessore”.

Chiarissimo. Crocetta e D’Alia, questi i suoi “sponsor” per lavorare alla Regione. Ma lei ha un ruolo nell’assessorato di Dario Cartabellotta. Lo conosceva già?
“Veramente no. Mi ha chiamato un giorno, chiedendomi di portare il mio curriculum. Quando ha visto le cose che ho fatto nella mia vita mi ha chiesto se potevo fargli l’onore di lavorare per lui”.

E lei sta ottenendo incarichi importanti, adesso. Consigliere diplomatico del governatore, coordinatore della presenza siciliana all’Expo 2015.
“Ma sfido chiunque a fare il mio lavoro meglio di come lo faccia io. Parlo e scrivo correttamente quattro lingue. Lavoro tantissimo e mi metto a disposizione di tutti gli assessorati, senza risparmiarmi. Ho portato qui lo sceicco del Qatar, ho avviato colloqui con le delegazioni e i governi del Ghana, della Costa D’Avorio, dello Yemen, della Guinea equatoriale e del Senegal. Già, lavoro tanto. Ma anche questo è il frutto della mia esperienza al fianco di Ben Ali”.

In che senso?
“Il partito mi ha insegnato davvero cosa sia la disciplina. Un concetto che mi pare poco diffuso alla Regione siciliana. A volte, quando arrivo in assessorato, trovo la gente davanti al monitor a chattare su Facebook. In tanti non sanno nemmeno come si scrive una lettera di lavoro. Io ho imposto un po’ di ordine. Anche nella forma, appunto, imponendo, ad esempio, la divisa per gli uscieri. Tutte azioni che finiscono, a volte, per ritorcersi contro di me”.

Che vuole dire?
“Penso che se lavori tanto, qui in Sicilia, finiscano per odiarti e per screditarti (Ben Abdaali si commuove per qualche secondo, ndr). Credo che i siciliani non amino la Sicilia. La Tunisia, dal punto di vista della pubblica amministazione è avanti di mezzo secolo”.

Ma da un anno è arrivata la rivoluzione di Crocetta. Non ha visto nessun cambiamento?
“Mi creda: Crocetta ha una mente raffinatissima, è un grande uomo. Conosco poche persone che amino la Sicilia come lui. Ha, credo, un solo difetto: è mal circondato. Non si è finora affidato a una squadra adeguata, all’altezza. Lui vorrebbe fare tanto, ma così non è facile”.

E così, questo primo anno è andato via tra gaffes e annunci mancati…
“Intanto va precisata una cosa: Rosario è sempre in buona fede. È una persona onesta. Poi, capita di fare degli errori. Solo chi non lavora, non sbaglia mai. E Crocetta, mi creda, lavora tanto. Gli annunci? Non sottovalutateli. Lui lo fa anche per spogliare da determinati alibi le persone, per far emergere i fatti. Ma non ha, attorno, gente in grado di seguirlo”.

In che senso queste persone “vicine a Crocetta” sarebbero inadeguate?
“Sono tutti lì, pronti a dire signorsì. Io invece gli dico spesso di no, o gli sottolineo i sui errori. E per questo, a volte litighiamo. Ma credo che l’amicizia sia anche questo: indicare un errore, segnalarlo in tempo”.

E lei è un amico di Crocetta.
“Io sono un vero amico di Crocetta. Un grande amico”.


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