PALERMO – “Abbiamo bisogno che la comunità dello Zen scenda in campo e che si crei un tessuto tra le persone, un’unione di fili che diventi protezione per tutti”. Don Cosimo Scordato, una vita tra la gente dell’Albergheria, parla dello Zen, quartiere palermitano trasformato in polveriera.
Due gli attentati, in pochi giorni, contro la parrocchia San Filippo Neri. Colpi di pistola, un’esplosione, ma nessuna paura. L’intervista.
Lei è stato per molti anni all’Alberghieria, adesso lo Zen è una polveriera. Cosa sta accadendo?
“Per comprenderlo, bisogna spersonalizzare ciò che è accaduto. Abbiamo bisogno della comunità, che deve sentirsi compromessa e deve scendere in campo per fare una manifestazione rivendicando libertà e pulizia nel quartiere”.
Auspica, quindi, una reazione?
“Sì, non è il braccio di ferro che dobbiamo fare contro chi commette queste azioni, bisogna scendere in campo, non dovrebbero mancare le scuole del quartiere, non per un atto controintimidatorio, ma per rivendicare che abbiamo diritto di vivere nella serenità, di avere spazi di aggregazione. Vogliamo che nessuno possa compromettere tutto questo desiderio e questo diritto di ritrovarci insieme e senza paura”.
Come nascono le intimidazioni contro la parrocchia allo Zen?
“Ho lavorato all’Albergheria, ogni quartiere ha una sua identità, in questo caso è molto frammentata. Mentre nei quartieri del centro storico c’erano aggregazioni e processioni popolari anche antiche, lo Zen è anonimo, come se non avesse il suo volto, ci si presenta in modo frammentato, un gruppo dopo l’altro, persone che non vogliono interferenze con gli affari della droga. Non c’è una rete tra di loro, possono esserci concorrenze, c’è un anonimato”.
Come si vive allo Zen?
“Parliamo di un quartiere che è nato senza la spinta di essere una comunità, si ha la percezione di sentirsi estranei in qualsiasi punto e questa dispersione totale facilita le forme più estemporanee di violenza e aggressività”.
Qual è la soluzione?
“Bisogna creare le condizioni perché il quartiere maturi un’identità dei luoghi e qui bisogna ritrovarsi tutti insieme. ‘Zen insieme’ si diceva tanti anni fa, lavorare perché lo spazio sia vissuto in comune, tutti dobbiamo essere partecipi del processo di aggregazione”.
La politica che ruolo ha?
“Ha il ruolo fondamentale di interrogarsi su come trasformare questo spazio anonimo in spazio di aggregazione, la chiesa deve essere aperta per consentire una partecipazione sotto gli occhi di tutti. Ognuno deve sentirsi responsabile della collettività, la politica come collante di tutto questo dovrebbe investire in presenze di operatori territoriali, che sappiano muoversi per lavorare sapientemente in questa ricucitura del territorio, farne un tessuto, una serie di fili che si intreccino e diventino una protezione per tutti”.
Spesso questi luoghi diventano serbatoi di voti
“Sì, ma la cosa più grave e non sentirsi a casa propria in questo quartiere, prevale un anonimato e si pesca nel torbido”.
Il fatto che la commissione Antimafia sia stata convocata proprio nel luogo delle intimidazioni?
“È un fatto importante ed è importante che siano convocate le persone del posto, che devono prendere in carico il contesto per la crescita dei propri figli. Diversamente prevale l’aspetto repressivo, bisogna lavorare su quello partecipativo”.
Che messaggio manda agli utori di queste intimidazioni?
“Che siano promotori di questi luoghi, anziché distruggerli o renderli inagibili, che si facciano promotori di aggregazione di vita serena”.

