PALERMO – Venti persone condannate in due anni a oltre 70 anni di reclusione per associazione a delinquere e riciclaggio di denaro. L’ultima sentenza è di giovedì 26 febbraio. Tra i condannati dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Milano, Manuele Castellabate, c’è anche il palermitano Antonio Lo Manto: 5 anni, pena già scontata di un terzo per la scelta del rito abbreviato. Il Gup lo ha ritenuto colpevole di associazione a delinquere e frode Iva transnazionale, ma è caduta l’aggravante mafiosa.
Il processo nasceva dall’indagine degli uffici della Procura europea di Palermo e Milano. Nel 2024 era stata denominata “Moby Dick”. Fu scoperto un giro di fatture false per 1,3 miliardi di euro per una frode Iva da 500 milioni di euro sulla vendita di AirPods Apple, laptop e altri prodotti elettronici.
In numeri dei processi
Per i quindici imputati condannati a Millano, sottoposti a misure cautelari (mentre altri tre avevano già patteggiato) è arrivata anche l’interdizione permanente dai pubblici uffici e di due anni dall’esercizio di attività commerciali. Il giudice ha disposto la confisca di beni per un valore di circa 30 milioni di euro. Nel frattempo, il processo ordinario prosegue dinanzi al Tribunale di Milano. Nei vari tronconi sono coinvolte più di 400 persone fisiche e giuridiche. Alcuni hanno già saldato i loro debiti con il fisco, pagando circa 20 milioni di euro frutto dell’evasione scoperta dalla guardia di finanza di Varese e Milano, e dai poliziotti dalla squadra squadra mobile di Palermo e del Sisco.
Gli altri imputati condannati a Milano
Questi i condannati in abbreviato a Milano insieme a Lo Manto: Luca Annunziata 2 anni e otto mesi, Aldo Bramucci 3 anni, 6 mesi e 20 giorni, Francesco Carcuro 3 anni e quattro mesi, Giovanni Conti 3 anni, nove mesi e 20 giorni, Paolo Attilio Remo Cotini 3 anni, Carlo Arturo Cremaschi 3 anni, 10 mesi e 20 giorni, Daniele De Cuppis 3 anni e 8 mesi, Manuel Delfini 3 anni e 7 mesi, Corina Enescu 2 anni e otto mesi, Andrea Malu 3 anni, un mese e 10 giorni, Luca Mancinelli 3 anni e 2 mesi, Marco Mezzatesta 6 anni e 4 mesi, Roberto Trebiani 3 anni, 7 mesi e 10 giorni, Serena Veccia 3 anni e 6 mesi.
Chi è Toni Lo Manto
Cinquantenne, incensurato, ma con una rete di amicizie mafiose: Toni Lo Manto aveva contatti trasversali con personaggi di Cosa Nostra. L’aggravante mafiosa, però, non ha passato il vaglio del giudice.
Originario del rione Brancaccio, con il padre inghiottito dalla lupara bianca, il nome di Lo Manto saltò fuori nel contesto di un’indagine sul mandamento mafioso della Noce. Già dal 2012 ci sono pure dei contatti ripetuti con i cognati Francesco Guttadauro e Girolamo Bellomo. Il primo è il nipote di Matteo Messina Messina Denaro, figlio di una delle sorelle del padrino deceduto, Rosalia, e di Filippo Guttadauro, mafioso di Brancaccio.
Lo Manto e Bellomo parlavano di affari in Romania: “Allora… se questa cosa va in porto… poi noi ci sistemiamo la nostra vita per come si deve. Dobbiamo essere intelligenti in una cosa… perché purtroppo noi siamo delle persone troppo a vista. E purtroppo facciamo un ‘piritu’… lo sentono tanti. Facciamo una mossa lo vedono tanti”.
Da qui la scelta di andare all’estero: “Quindi dobbiamo essere proprio bravi… a farci i fatticieddi nostri… una volta che noi gli affari li facciamo fuori… noi basta che non li facciamo in Sicilia… ed è importante che ci muoviamo sempre io e tu. Perché appena si comincia a muovere Ciccio (Francesco Guttadauro ndr)… siamo tutti bersagliati a vuoto…”.
L’amicizia con il killer
Tra le amicizie di Lo Manto c’è anche quella con Lorenzo Tinnirello, killer di corso dei Mille, condannato all’ergastolo per un centinaio di omicidi e per le stragi di mafia del ’92. Lo Manto faceva riferimento ad “una valigetta” con “soldi e due pistole”, quando “lui aveva un appuntamento però non era latitante ancora”.
Dalle indagini sono emersi contatti anche con i boss Giuseppe Calvaruso di Pagliarelli, Salvatore Alfano della Noce e gli Spadaro della Kalsa, i fratelli Antonino e Sandro Capizzi di Villagrazia.
Ci sono poi i legami con i Nuvoletta, potente famiglia mafia di Marano di Napoli con un ruolo di primo piano nella frode fiscale. Uno dei primi incontri sarebbe addirittura avvenuto nel febbraio 2012 all’interno dell’ospedale Garibaldi di Catania.
Da qui la contestazione che ad un certo punto Lo Manto fosse diventato un “business partner, capace di assicurare benessere economico e, quindi, decidere in autonomia di trasformare la propria appartenenza mafiosa da operativa in imprenditoriale”.
“La mia mafia la trasformo in imprenditoriale”
Lo stesso Lo Manto ad un amico raccontava di essere stato convocato dal genero di Alfano. Il capo mandamento della Noce voleva incontrarlo in maniera riservata. Fu allora che avrebbe preso la sua decisione perché “… tanti anni fa… tu delle scelte non le potevi fare… e tu eri in certi contesti ed eri obbligato a farli… le scelte oggi le puoi fare… la mia mafia… la trasformo in imprenditoriale… le porte sono sempre aperte… ci rispettiamo con chiunque perché io porto rispetto”. Sulla mafiosità delle sue operazioni, però, non è arrivato il bollo del giudice di primo grado. Le sue amicizie sarebbero rimaste fuori dagli affari.
Anche quella con Leandro Greco. Quando il nipote di Michele, il “papa” di Cosa Nostra, iniziò a farsi largo nel mondo di Cosa Nostra, gli avrebbe chiesto di fargli conoscere i Nuvoletta. Così Lo Manto ricostruiva l’episodio del giovane Greco che nel 2018 partecipò alla prima riunione della cupola dopo la morte di Totò Riina: “Il figlio di suo figlio…che quando è venuto a sapere sto ragazzo…che aveva diciott’anni… quando è venuto a sapere l’amicizia che avevo con quelli… ha fatto di tutto affinché io glieli presentassi”.
Amicizie, intrecci con nomi che ritornano come quello del commercialista Remo Cotini che ritroviamo in altre vicende che coinvolgono il boss Giuseppe Calvaruso e i Fontana dell’Acquasanta.

