Un lunga lista di cognomi| Il potere mafioso delle relazioni

Un lunga lista di cognomi| Il potere mafioso delle relazioni

Il filo degli affari unisce le provincie di Palermo, Enna, Messina e Catania.

PALERMO – C’è una mafia che si muove lontano dai riflettori delle grandi città. È una mafia fatta di relazioni che travalicano i confini e uniscono province diverse.

Fa impressione leggere la rete di contatti dei Di Dio, famiglia di imprenditori agricoli di Capizzi, nel Messinese. Il filo degli affari univa Palermo, Enna, Messina e Catania.

L’inchiesta della Dda di Caltanissetta e del Gico della finanza conferma che lontano dalle città i potentati mafiosi hanno messo le mani sui fondi pubblici. Sono mani che non si sporcano di terra, come fanno i braccianti che si spaccano la schiena, ma contano i soldi dei contributi comunitari ottenuti attraverso l’Agea, l’agenzia per le erogazioni in agricoltura.

Dal Parco delle Madonie a quello dei Nebrodi: i Di Dio si sarebbero impossessati persino di terreni demaniali. Lo hanno fatto innanzitutto con il benestare della famiglia di San Mauro Castelverde, in provincia di Palermo, dove la parola “potere” va da decenni associata ai cognomi Virga e Maranto. Il mandamento mafioso si estende dalla provincia palermitana a quella messinese, includendo tutti i paesi dell’entroterra fino a Mistretta e, lungo la costa, a Sant’Agata di Militello, arrivando fino a Capizzi.

Nel mandamento che fu il regno di Peppino Farinella ad un certo punto il bastone del comando sarebbe finito nelle mani di Antonio Giovanni Maranto, arrestato nel 2016 assieme e Franco Bonomo, che di Farinella è il genero.

Di lui hanno parlato tanti pentiti. Il verbale più recente che traccia le sua capacità relazionali si deve a Sergio Flamia, boss di Bagheria, che ne ha descritto i rapporti con i Madonia, i Rinzivillo e i Calà di Caltanissetta; i Ferro, i Guarneri e i Fragapane di Agrigento. Maranto si era guadagnato la stima di tutti, occupandosi della latitanza di Totò Riina.

Il vero capo era Bonomo, ma i guai giudiziari gli imponevano prudenza. E così si affidava a Maranto e ad Antonio Maria Scola, di Polizzi Generosa. Giacomo Di Dio era l’anello di congiunzione dei boss palermitani con i mafiosi di Capizzi e Tortorici, guidati dal capo mandamento Vincenzo Galati Giordano.

Nell’aprile di quattro anni fa gli investigatori monitorarono l’arrivo a un distributore di benzina di Sciacca. C’erano Santo e Giacomo Di Dio, Antonio Maranto, Adolfo Albanese, Calogerino Giambrone, Salvatore Di Gangi. Così diceva Santo Di Dio: “… ora chiamo lo zu Rodolfo… chiamo a Giacomino e ci facciamo una mangiata e mangiamo tutti”. Verosimilmente il riferimento era a Rodolfo Virga, altro personaggio di spicco di San Mauro assieme, al fratello Domenico.

Uno dei rampolli della famiglia Di Dio, Giacomo Domenico Savio, fu sorpreso a Roma ad un incontro con il boss di Gela Salvatore Rinzivillo. Come se non bastasse negli atti giudiziari fanno capolino i Curatolo, i La Delia e gli Spileri della provincia di Enna, e i catanesi Costa Cordone del clan Ercolano-Santapaola.

Fa davvero impressione leggere i nomi. C’è la storia della vecchia mafia che non ha mai rinunciato al potere lontano dai riflettori delle grandi città.

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