L'omicidio del boss Calascibetta| Una condanna e tanti misteri - Live Sicilia

L’omicidio del boss Calascibetta| Una condanna e tanti misteri

L'omicidio di Giuseppe Calascibetta

Unico imputato Fabio Fernandez che si è auto accusato del delitto. Aveva fatto i nomi dei complici

PALERMO – Il commando che uccise Giuseppe Calascibetta era composto da quattro persone. Solo una è stata condannata. Fabio Fernandez si è auto accusato di un delitto che quasi certamente non gli sarebbe mai stato contestato. Era l’unico imputato. Per le altre tre persone di cui aveva fatto il nome non sono stati trovati i riscontri necessari per rinviarli a giudizio.

“Appena lo abbiamo raggiunto… dice sparaci in testa, sparaci in testa… ho sparato e ce ne siamo andati”, raccontò Fernandez al pubblico ministero Maurizio Agnello. Ora è stato condannato a dieci anni di carcere dal giudice per l’udienza preliminare Michele Guarnotta su richiesta del pm Dario Scaletta.

I nomi di coloro che avrebbero fatto parte del commando che nel 2011 uccise il capo mandamento di Santa Maria di Gesù restano scritti nei dettagliati verbali.

Innanzitutto c’era un “parente di Calascibetta” e fu lui a convocare Fernandez: “Ci vediamo alle cinque alla stalla per fare da cosa di ddà”. Qualche giorno prima si erano dati appuntamento: “Eravamo tutti quattro messi vicino che stavamo parlando… che avevano questo grandissimo problema con questo soggetto qua, con questo signore che poi abbiamo fatto il reato”. Se non avessero ucciso Calascibetta sarebbe stato Calascibetta ad ammazzare uno di loro per una vicenda di soldi e traffici di eroina. Fernandez, pur non sapendo ancora il nome della vittima, prese l’iniziativa: “… scusa prima che ti ammazza iddu l’ammazzi tu, che fai ti fai ammazzare, ci dissi, da chisto di ccà?”.

Pianificarono i dettagli: “… tu ti metti in capo a u muture… loro mi hanno messo i guanti… acchiana cu mia e ci spari tu… c’era il silenziatore, era lunga la pistola, la tenevo in mano direttamente appoggiato con lui, mi tenevo con la sinistra, e con la destra la tenevo in mano”.

E venne il giorno dell’omicidio commesso in via Belmonte Chiavelli: “Siamo arrivati nella strada… lui conosceva la strada, conosceva il posto, per questo l’ha portata lui la moto… ci siamo accostati all’angolo con la moto… eravamo fermi con la moto là…”. Un altro complice si era appostato all’inizio della strada: “… dice: ccà sta arrivando sta arrivando… appena ci fece subito u segnale ca a mano, ccà ccà, tipo sta acchianando, sta acchianando, io accendo la moto e io vedo questa macchina che si mette in questa strada, diciamo che sta entrando in questa traversa… lo abbiamo raggiunto proprio in macchina, lui si è messo vicino tipo e a motocicletta faceva pum pum pum perché era stretto accanto alla macchina, cioè io ho fatto fuoco, lui è andato avanti, ha fatto subito l’inversione, dice sparaci in testa sparaci in testa, e ho sparato un altro colpo e ce ne siamo andati”.

Un gruppo di malavitosi eliminò un capo mandamento. Non ci fu alcuna reazione in Cosa Nostra. Anzi per molti si trattò di un problema in meno da risolvere visto che Calascibetta. tornato a comandare dopo anni di carcere, aveva scontentato parecchia gente.


Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI