Chi sono i ‘santi’, chi sono i ‘peccatori’ di questa Palermo? La santità non va intesa in senso proprio, ma come capacità di donare se stessi. Né abbiamo le credenziali per tacciare chicchessia di peccato veniale o mortale: ognuno conosce i suoi limiti. Tuttavia, in un senso più ampio, qualcosa si può, forse, azzardare.
Palermo è problematica da decenni. In una parola: ‘malata’. Non nelle sue bellezze, che sopravvivono, nemmeno nel calore che sa sprigionare. La malattia si manifesta nella sua incapacità di trasformarsi in qualcosa di meglio, oltre le incertezze, e di costruire una vera speranza. Da troppi anni i più sinceri intendimenti si infrangono contro l’evidenza nemica.
Palermo è malata in certe relazioni, nell’indifferenza, nel suo quotidiano, nel corpo di una politica complessiva di scarsa qualità, quasi mai legata a un vero sviluppo, perché incatenata, quali che siano i colori, al dogma dell’interesse personale e della fazione. Siamo davanti a una sofferenza che dovrebbe costruire la guarigione, non infiammare polemiche di corto respiro. Nessuno può chiamarsi fuori, né dichiararsi innocente. Non è più il tempo degli eroi.
I ‘santi’ di Palermo
Santi e peccatori, dunque. Se pensiamo ai santi, ci viene subito in mente Biagio Conte che – a sommesso e umilissimo parere di chi scrive – santo lo è (stato) davvero, nella forma di una vita unica che promuove un cammino disponibile a vari livelli. Un modello perenne.
Fratel Biagio, oltre al resto, era un preciso indicatore sociale. Dove c’era lui, c’erano anche i poveri. Il corpo di un uomo con saio e sandali era utilizzato dal suo splendido affittuario come un segno di contraddizione.
Steso su un freddo gradone, esposto alle intemperie, accovacciato ovunque… Palermo guardava il corpo di Biagio e sapeva che qualcosa non andava e perché. Scomparso il missionario laico, è come se la città avesse perso la bussola del cuore. Nessuno più sa rendere evidente, con la stessa forza, l’esistenza di un disagio da soccorrere.
Nel novero della santità, secondo il significato attribuito, mettiamo la parte più sensibile della Chiesa palermitana, con in testa il suo arcivescovo, in grado di offrire esempi profetici. In questi giorni è stata ricordata la cara memoria di don Maurizio Francoforte, parroco di Brancaccio, un pastore impegnato, giorno e notte. Esattamente come don Sergio Ciresi, il suo successore.
Santi sono coloro che non si arrendono al sarcasmo della rassegnazione, grazie a un impegno generoso. Ne abbiamo incontrati alcuni, non tanti, che sfatano il mito del cinismo di cui Palermo si ammanta, quando vuole dare la colpa dei suoi mali a qualcun altro.
I ‘peccatori’ di Palermo
Tra i peccatori di Palermo, spiccano i politici, senza distinzione di schieramento. Non sarà originale, però non è nemmeno colpa nostra. La lista dei nomi è aggiornabile, secondo personali preferenze. Chi commette peccato? Quelli che stanno già calcolando il gruzzoletto di voti, in vista delle elezioni, e agiscono di conseguenza, per esclusivo appetito di consenso.
Ogni intervento, sia pur minimo, viene strombazzato. Ogni risultato, ancorché impalpabile, si accompagna con retorici squilli di tromba. Ogni opposizione si estremizza e si racconta come un atto eroico. Ogni dettaglio è sovradimensionato rispetto alla realtà di una politica mediocre, quando va bene, complessivamente refrattaria alle più elementari nozioni di bene comune.
Al peccato, in più di un passaggio, sembra corrispondere la fisionomia culturale, economica e sociale di un immobilismo che non premia i giovani, preferendo vecchi schemi di controllo, nonostante anni e anni di fallimenti.
Il sindaco, in una intervista con questo giornale, ha rivendicato il percorso intrapreso, confermando che, da parte sua, ci sarebbero le premesse per una ricandidatura.
Posto che nessuno possiede la bacchetta magica, dato atto al professore Lagalla di qualche risultato, – soprattutto negli aspetti invisibili quanto importanti, come il risanamento dei conti – dell’impegno e della personale onestà, crediamo che Palermo sia ancora lontana, in termini di servizi e vivibilità, dallo scatto immaginato dallo stesso primo cittadino e dai palermitani.
L’ignavia di Palermo
E siamo giunti, alla fine, all’ignavia, la piaga purulenta più del ciaffico. In mezzo, tra la città che combatte e la città che pecca, ecco la città che se ne frega, che osserva, che giudica, ma non si spende. La città maggioritaria di cui facciamo parte, sempre o a tratti.
La città che, nel suo salotto virtuale, omaggia i santi, condanna i peccatori, salvo poi prenderci il caffè, strizzando l’occhio.
Che si nutre dello spettacolo, ritenendosi non coinvolta. Che si concentra sulla ruota panoramica di via Amari, eppure sulla ruota di un’attività nobile non sale mai, per scrutarsi dall’alto. Siamo autori e vittime di questa Palermo malata. Colpevoli e degenti. L’auspicio per il 2026 riguarda, come di rito, il bisogno di una profonda revisione. Ma restiamo scettici. La patologia più temibile è quella che non ha consapevolezza di sé.
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