TAORMINA – Un calvario lungo 10 mesi, numerose denunce presentate e 15 medici indagati, un numero destinato a crescere. La famiglia del piccolo ‘Francesco’, nome di fantasia del bimbo morto al San Vincenzo di Taormina, chiede giustizia. Ad assiterli l’avvocato Antonio Cozza.
Taormina, il calvario del bimbo
“Aveva due anni e qualche mese quando è stato ricoverato, chiamiamolo ‘Francesco’, per adesso non stiamo diffondendo il suo vero nome”. Antonio Cozza è il legale di fiducia dei familiari del bimbo morto al San Vincenzo di Taormina. Tutto sarebbe iniziato con una bronchiolite e il ricovero in un ospedale catanese.
“Il piccolo aveva una patologia congenita cardiaca – racconta il legale a LiveSicilia – ma conduceva una vita normale, accanto ai genitori. Durante il ricovero i medici sospettano un’infiammazione del cuoricino, una miocardite e si decide di trasferirlo al San Vincenzo”.
‘Francesco’ viene sottoposto a un intervento, sembra avere qualche speranza di guarigione, ma viene collegato a un Vad, cuore artificiale. Passano i mesi e, a settembre, il piccolo viene collegato all’Ecmo, respirazione extracorporea.
“Numerose denunce presentate”
“I familiari hanno presentato, disperati, diverse denunce in questi mesi – continua Cozza – cercavano anche di chiedere un trasferimento in un centro specializzato nei trapianti, a partire dal mese di maggio. Si sono rivolti all’autorità giudiziaria mesi prima del decesso”.
Numerosi i dubbi sull’Ecmo, il piccolo è rimasto collegato per 5 mesi, riportando numerosi danni fisici. Adesso la procura di Messina sta ricostruendo i fatti, il numero degli indagati è destinato a crescere, visto che la famiglia ha presentato un’integrazione dell’ultimo esposto.
“Bisogna comprendere – conclude il legale che ha seguito anche il caso di Luigino, di cui si è occupato Report – se il piccolo ‘Francesco’ poteva essere operato e, soprattutto, perché non sia stato trasferito in un centro specializzato per i trapianti”.
La replica
L’Asp Messina precisa che che “il bambino è stato trasferito nei reparti intensivi del CCPM in condizioni agoniche per quadro di disfunzione del muscolo cardiaco associato a malfunzione della valvola mitrale”.
L’azienda sanitaria, “senza entrare nei dettagli del trattamento eseguito che sono oggetto di valutazione giudiziaria”, sottolinea “che la complessità del trattamento del piccolo sia stata supportata dal continuo confronto con i massimi esperti italiani della terapia dello scompenso cardiaco, dell’assistenza meccanica al circolo e della diagnostica istologica delle alterazioni del miocardio”.
Inoltre, in questi lunghi mesi, “numerosi colleghi di differenti specialità, consulenti nominati dalla famiglia e dai loro legali, hanno avuto pieno e trasparente accesso alle informazioni cliniche e alle strategie terapeutiche adottate con un continuo confronto con i curanti”.
“Relativamente al trapianto cardiaco – aggiunge la nota -la strategia è stata condivisa con 3 dei 6 centri italiani autorizzati a tale procedura (Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, Ospedale Sant’Orsola di Bologna e Università di Padova), cui il bambino è stato riferito per accedere al programma di trapianto cardiaco e che tali Istituzioni unanimamente abbiano considerato tale opzione non realizzabile. L’esito infausto dopo un anno di tentativi di recuperare la funzione del cuore del bambino o di recuperare la possibilità di eseguire il trapianto cardiaco lascia i Sanitari del CCPM profondamente addolorati ma sereni sulle strategie di assistenza adottata”.
“I medici del CCPM esprimono piena fiducia nell’Autorità Giudiziaria e chiedono che nell’interesse dei cittadini, del buon nome dell’Istituzione e dei professionisti che vi operano si faccia chiarezza sul loro operato con un’analisi seria e trasparente in modo da potere rispondere nei modi e nelle sedi appropriate a quanto confusamente riportato dai genitori e dai loro legali”, conclude la nota

