Il Primo Maggio non è solo la festa del lavoro. È la festa di un altro tipo di fatica: quella che non compare nei contratti, che non ha buste paga, che non entra nelle statistiche dell’INPS ma che tiene insieme le città, le famiglie, i quartieri. È il lavoro dei giovani che si spendono per gli altri, che non aspettano che qualcuno li chiami “volontari” perché per loro è naturale esserci. È un lavoro che va festeggiato, riconosciuto, raccontato.
In Sicilia, quasi un giovane su tre è impegnato in attività sociali o di volontariato secondo le ultime rilevazioni ISTAT (circa il 29%). È un dato sorprendente se confrontato con la media nazionale, che si ferma intorno al 20%. Ma la statistica, da sola, non basta. Per capire cosa significa davvero, bisogna guardare i volti.
C’è Fabrizio, 18 anni, di Catania. Studia al liceo e il pomeriggio, dopo lo studio, va alla scuola della Pace della Comunità di Sant’Egidio. “Non è un impegno”, dice, “è una restituzione”. Ha iniziato a venire per aiutare invitato dai suoi compagni di scuola che poi sono diventati amici fraterni. Oggi si occupa dei bambini del quartiere Civita e parla di di pace e integrazione arrivata dopo la guerra. “Il mio lavoro è farli sentire visti”.
Il lavoro dei giovani non è solo verso i bambini. È anche verso gli anziani, i più fragili, quelli che rischiano di essere dimenticati. In Sicilia, oltre il 25% della popolazione ha più di 65 anni: un dato che racconta una regione che invecchia, spesso in solitudine.
A Siracusa, Giuseppe, 19 anni, ogni sabato porta la spesa a due anziane del quartiere Mazzarrona. Lo fa da quando aveva 16 anni. “All’inizio mi sembrava un favore. Poi ho capito che era un lavoro: un lavoro di umanità”. Una delle due signore, la signora Rosa, gli ha detto una volta: “Tu non porti solo la spesa. Porti la vita”.
C’è anche Cristina 25 anni, fa il dottorato a Messina e la sera va trovare i suoi amici senza dimora che ha incontrato con il servizio “Amici della strada”. Dice: “Ognuno di noi davvero può rendere la vita degli altri meno dura. ”E non è un caso isolato.
A Palermo, nel quartiere Ballarò, un gruppo di giovani ha iniziato a ripulire vicoli e piazze. Non per protesta, non per moda, ma per amore della propria terra. Hanno chiamato il gruppo “I Custodi del Vicolo”. Ogni settimana raccolgono rifiuti, ridipingono muri, piantano fiori. “Non è volontariato”, dice uno di loro, “è manutenzione affettiva”.
Secondo un recente studio dell’Università di Palermo, il 41% dei giovani siciliani considera il prendersi cura del proprio territorio una forma di lavoro civico. È un dato che racconta una generazione che non vuole scappare, ma restare e cambiare.
La Comunità di Sant’Egidio, in Sicilia, vede ogni anno crescere il numero dei giovani che partecipano alle cene itineranti per i senza dimora. A Catania, negli ultimi tre anni, i volontari under 30 sono aumentati del 35%. Non perché ci sia una moda, ma perché c’è una fame di senso.
Una sera d’inverno, durante una distribuzione in via Etnea, un ragazzo di 22 anni ha dato la sua giacca a un uomo che tremava dal freddo. Gli hanno detto: “Ma poi tu come fai?”. Ha risposto: “Io torno a casa. Lui no”. È una frase che vale più di mille discorsi sul lavoro, sulla dignità, sulla giustizia.
Il Primo Maggio, allora, non è solo la festa dei diritti conquistati, ma anche di quelli che devono ancora nascere. È la festa di chi lavora senza stipendio ma con responsabilità. Di chi non produce PIL ma produce comunità. Di chi non firma contratti ma stringe mani, ascolta storie, accompagna vite.
In Sicilia, questo lavoro è ovunque: nelle scuole, nei quartieri, nelle parrocchie, nei centri storici, nelle periferie. È un lavoro che non si misura in ore ma in relazioni. Non si valuta con indicatori economici ma con la qualità della convivenza.
Marina, Chiara, Mario, Simone, Gabriele, Ylenia, Sharon, Arianna, Letizia, Giuseppe, Chiara e tanti altri. Quanti giovani lavoratori possiamo celebrare in questo primo maggio? È la cultura del lavoro, quello per gli altri, che trova spazio nelle scelte dei più giovani e che genera ricchezza.
Il Primo Maggio deve essere anche la festa di questi giovani. Perché il loro impegno è un investimento pubblico, un bene comune, un patrimonio collettivo. Sono loro che, silenziosamente, stanno costruendo una Sicilia più giusta, più accogliente, più umana.
E allora, quest’anno, celebriamo anche il loro lavoro: il lavoro della cura, della presenza, della prossimità. Il lavoro che non si vede ma che regge il mondo.

